Avevo solo dodici anni quando, a settembre, nella festa dell’Addolorata, papà e mamma mi accompagnarono nel piccolo seminario dei Padri Rosminiani a Pusiano.

Era il primo impatto con la vocazione. Credo che questa ebbe le sue radici nella grande fede e religione vissuta all’interno della mia famiglia. A farsi voce di Dio che si chinava su di me, per indicarmi la Sua volontà, fu il mio vescovo, il Card. Schuster. Il giorno della Cresima, da orgoglioso chierichetto, non mi sembrava vero, poter servire il mio vescovo, che stimavo e amavo tanto, come si fa da ragazzi quando si è colpiti dalla grandezza umana e spirituale di un sacerdote o vescovo. Tutto questo, credo, lo capì il Cardinale, che alla fine mi chiese: "Non ti piacerebbe essere sacerdote?". Sul momento, colto di sorpresa, gli risposi un "sì", ma che aveva tutta l’aria di compiacere un vescovo che amavo.

Incontrandolo tre anni dopo, per la consacrazione della nuova chiesa parrocchiale, riconoscendomi, alla fine, mi disse: "Allora, Antonio, è sì o no?". "Non so". "Rifletti e prega".

Ma da quel ripetuto e convinto invito, nacque l’inquietudine.
Mi chiedevo: ‘Se è vero che Dio mi vuole per Sé, come dirGli di no? Ma come faccio ad essere certo?’. E per due anni i miei pensieri ebbero il loro centro in questa domanda, che attendeva una risposta. Mi furono di aiuto mamma e il parroco.

Alla fine mi lasciai prendere per mano da Dio e iniziò il lungo cammino. Era l’anno 1935.
Furono duri, come erano un tempo, gli anni della preparazione al sacerdozio e per di più in una Congregazione, quella di Rosmini, che giustamente non lasciava spazio a se stessi, ma tutto doveva essere di Cristo.
Ricordo il giorno dell’ordinazione sacerdotale a Novara. Eravamo nella Cattedrale, quel 29 giugno 1951, se non erro, 45 ordinandi. Tantissimi, confrontati con i pochissimi di oggi.
Ricordo le lacrime di papà che, invitato a legarmi le mani, dopo l’unzione fatta dal Vescovo, per la commozione grande non gli riuscì di compiere quel gesto e toccò a mio fratello sostituirlo.
E sentivo vicino la gioia di mamma che, in quel momento, ‘toccava con un dito il Cielo’, che si era degnato di piegarsi su di me. Difficile immaginare ciò che si prova, se non si è avuto il dono di Dio di avere un figlio scelto da Lui!
E io che mi ripetevo: ‘Ora non sono più io ... sono Gesù per e tra la gente’.
E mi rendevo conto, per Sua Grazia, già allora, che, se ‘ero Cristo’, dovevo esserlo non solo nell’amministrazione dei Sacramenti, ma in tutto, come Gesù tra la gente.

Il Maestro mi fece il dono di comprendere che per ‘essere Lui tra la gente’, quindi pastore credibile e buono, occorreva prima di tutto che io divenissi buono, santo, gettando alle ortiche ogni forma che appartenesse al mondo più che a Cristo.
La gente ieri, oggi, sempre, esige di vedere nel sacerdote l’Amore di Dio vissuto e donato ... non solo sull’altare, ma sempre e dovunque!

"Il dono totale della propria vita – affermava Paolo VI – apre davanti al sacerdote generoso, una nuova meraviglia, il panorama dell’umanità. Forse egli, ad un dato momento, dubita di non poter mai avere contatti diretti ed operanti con la società contemporanea o con i singoli ... Levate il vostro sguardo, noi vi diremo con le Parole di Cristo, e mirate i campi che già biondeggiano per la messe. Oseremo indicare con accento profetico il panorama apostolico che ci sta davanti. Il mondo ha bisogno di voi! Il mondo vi attende anche nel grido ostile che esso lancia talora contro di voi. Il mondo denuncia una sua fame di verità, di giustizia, di rinnovamento che solo il nostro ministero saprà soddisfare. Sappiate accogliere come un invito il rimprovero stesso che forse, e spesso irragionevolmente, il mondo lancia contro il messaggio del Vangelo!
Sappiate ascoltare il gemito del povero, la voce candida del bambino, il grido pensoso della gioventù, il lamento del lavoratore affaticato, il sospiro del sofferente, e la critica del pensatore. Non abbiate mai paura! ha ripetuto il Signore. Il Signore è con voi.
E la Chiesa, madre e maestra, vi assiste e ama, e attende, attraverso la vostra fedeltà e la vostra attività, che Cristo continui la sua edificatrice opera di salvezza" (Paolo VI ai sacerdoti 29/06/1977).

A confermarmi ciò che Dio aveva progettato per me, come per tutti, ci pensò l’obbedienza. Così mi trovai ad ‘essere pastore di anime’ in una zona difficile, in Sicilia. Un’esperienza inattesa, di quelle che fanno tremare i polsi ... ma sentivo che lì non ero io ad operare, ma Lui! Lui l’aveva scelta per me. Lui, il Cristo, da cui mi facevo condurre come un bambino, che, pur avendo tanti sogni, sembrava dovesse lasciarli per un ‘deserto di sogni’! Ma non fu così.
Con la pazienza del servo inutile, lentamente, con i miei confratelli, riuscimmo a rivedere l’opera di Dio, formidabile, tanto che il vescovo, dopo soli dieci anni, una sera, visitando la parrocchia, ebbe a dirci: ‘Questa comunità era una spina nel cuore ed ora è un giardino di grazie per la diocesi’.
Ma non aveva, per così dire, finito di rallegrarsi e subito Dio ci mise alla prova con il terremoto, che distrusse tutto ... tranne la voglia accresciuta di ‘essere voce di chi non aveva voce’.

Ma la sorpresa più grande, quella di essere veramente ‘servo’, venne un pomeriggio.
Il vescovo mi chiamò per comunicarmi la volontà del grande Paolo VI: voleva fossi consacrato vescovo. Fu grande la mia confusione, conoscendo la mia povertà.
Vescovo in un’altra realtà difficile, ma, davanti a Dio che sceglie, certamente non badando alle nostre debolezze, e sapendo che è Lui che opera e si serve di noi, abbracciai la Sua volontà.
Non fu facile creare una comunità che mancava di vescovo residenziale da ben 12 anni!
Eppure, dopo solo 20 anni, Acerra divenne un ‘esempio’ alla Chiesa italiana, tanto che il Santo Padre, in meno di due anni, scelse due bravi sacerdoti della Diocesi per consacrarli vescovi della Chiesa: Mons. Gennaro Pascarella e Mons. Giannino D’Alise.

Ora mi resta solo di dire che è bello, infinitamente bello, ammirare come Dio sa operare, se ci si abbandona nelle sue mani.
Se Lui chiama, se gli si dice di sì, in totalità, Lui e solo Lui opera cose che, la mente dell’uomo forse sogna, ma senza riuscire, da solo, a trovare le ali per volare.

Mi ha sempre inseguito quello che il Salmista dice a Dio:
Signore, il mio cuore non ha pretese,
non è superbo il mio sguardo,
non desidero cose grandi, superiori alle mie forze.
Io sono tranquillo e sereno,
come un bimbo in braccio a sua madre.
È quieto il mio cuore dentro di me” (Salmo 131).

Mi sono permesso, di darvi una testimonianza di grande gioia per essere sempre stato ‘mandato’. Lo faccio oggi perché è la domenica del ‘Buon Pastore’.
"In quel tempo disse Gesù: ‘Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono. Io do loro la vita eterna e non andranno mai perdute e nessuno le rapirà dalla mia mano. Il Padre mio che me le ha date è più grande di tutti e nessuno può rapirle dalla mano del Padre mio: io e il Padre mio siamo una cosa sola" (Gv. 10, 27-30).

Ho voluto offrire a voi questa testimonianza perché partecipiate alla festa dei ‘pastori’, che in tante parti oggi si celebra. Sappiamo tutti della grande crisi delle vocazioni e Gesù ci invita a pregare:
"Guardando la gente che Lo ascoltava, Gesù si commosse e disse: ‘Sono pecore senza pastore. Pregate il padrone della messe perchè mandi operai nella sua messe’".

Affermava il grande Papa Giovanni Paolo II:
"Dato che l’impegno dei ministri ordinati e dei consacrati è determinante, non si può tacere la carenza inquietante di seminaristi e di aspiranti alla vita religiosa … . Solo quando ai giovani viene presentata la persona di Gesù Cristo in tutta la sua pienezza, si accende in loro la speranza che li spinge a lasciare tutto per seguirLo, rispondendo alla sua chiamata e per darne testimonianza ai loro coetanei" (Enciclica Ecclesia in Europa).

Suggerirei che in tutte le famiglie, vera scuola di vocazione, si amassero i sacerdoti e la bellezza della loro chiamata, come era nella mia famiglia. È un dono! È bello!

Antonio Riboldi – Vescovo