Anno Sacerdotale
Anno Sacerdotale 2010: chiusura

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L’Anno Sacerdotale appena concluso ha risvegliato nella Chiesa e nel mondo una più attenta considerazione della missione del Sacerdote e del suo mistero.
Tra le innumerevoli e autorevoli voci, segnaliamo la riflessione del
vescovo Bruno Forte.

Che senso ha la vita del prete?

Q
uali motivazioni fanno sensata e bella, oggi come ieri e forse più di ieri, l’avventura di essere preti? Che cosa può attrarre al sacerdozio i figli del "postmoderno", tempo di solitudini e di frammentazioni, di riflusso nel privato e di "società liquida", priva di appigli forti e attraversata da inquietudini profonde? Per quanto paradossale possa sembrare, ciò che può rendere oggi attraente una vita da prete è semplicemente il suo porsi come una misteriosa attualizzazione del mistero dell’incarnazione di Dio nel mondo. Il prete come alter Christus, totalmente di Cristo, come lui totalmente per gli altri e per Dio nella carne del tempo, è un segno eloquente anche per il nostro tempo!
Anzitutto lo è perché, di fronte a una cultura nella quale il profitto e l’interesse vengono presentati come valori forti cui finalizzare ogni altra scelta di vita, il fatto che ci siano persone disposte a vivere un’esistenza per gli altri, all’insegna della pura e semplice gratuità, appare al tempo stesso sconvolgente e intrigante. Essere preti oggi non è certo una "sistemazione" per nessuno: è un rischio, una scommessa, che sovverte la logica vincente della corsa al maggior guadagno e le antepone la bellezza, perfino "perdente", del dono. La forza del prete sta proprio nella sua "debolezza": è il suo non avere interessi di partito, il suo esistere per gli altri senza dover accontentare i gusti di nessuno, a renderlo credibile. Scriveva don Lorenzo Milani ai suoi ragazzi di Barbiana: «Dicesi commerciante colui che accontenta i gusti dei suoi clienti; dicesi "maestro" colui che li contesta e li cambia».
Il prete è credibile perché ha scelto contro corrente, nella misura in cui ha voluto e ha saputo essere libero anche dal proprio calcolo e dal proprio profitto. Perciò può offrirsi come "maestro", anche al di là della sua stessa consapevolezza e delle sue realizzazioni. In una società, che è sempre più dominata dall’incomunicabilità e dalla paura degli altri, un’esistenza "donata", giocata "soltanto" per un amore esigente e totale, appare una possibilità di rinascita, un segno di contraddizione sovversivo e liberante, come lo fu quella del Figlio eterno venuto nella carne per amore, soltanto per amore.
C’è però un’altra motivazione del richiamo che la figura del prete può esercitare nella nostra cultura secolarizzata e post-moderna: l’esistere per gli altri, la scelta della gratuità come orizzonte di vita, rimandano al mistero dell’Altro, alla vivificante e trasformante esperienza di Dio. La vita consacrata alla causa del Vangelo è testimonianza del primato assoluto dell’eterno, è messaggio - più eloquente di ogni parola - di come Dio solo basti e lui solo sia in grado di dare alla vita e alla storia significato e speranza. In un tempo di crollo di certezze e di palese fallimento delle presunzioni totalizzanti della ragione "moderna", un’esistenza totalmente abbandonata a Dio, perdutamente innamorata di lui, appare come un riferimento luminoso, annuncio di un’alternativa possibile. L’incarnazione non è solo il movimento dall’eternità al tempo, ma anche l’altrimenti impensabile possibilità del movimento opposto, quello capace di portare nel cuore di Dio il dolore e la morte degli uomini, le stagioni del tempo e le contraddizioni della storia.
Di fronte alla "notte del mondo" in cui siamo, nella quale - come osservava già M. Heidegger - la tragedia più grande non è tanto l’assenza di Dio, quanto il fatto che tanti sembrano non soffrire più di questa mancanza, si offre con nuova attualità la domanda di Hòlderlin: «A che servono i poeti nel tempo della povertà?». La risposta di Heidegger è che essi servono a schiudere gli orizzonti, a segnalare la Patria.
Forse, nella società complessa nella quale ci troviamo, in questo mondosenza segni veramente eloquenti, al prete è dato di vivere il ruolo del poeta nel tempo del bisogno, e di viverlo nella maniera più alta: a prezzo della sua vita come il suo Signore, venuto nella carne per vivificare questa carne e divinizzarla, condividendone gioie e dolori, speranze e angosce.
(Bruno Forte, Vescovo, in Vita Pastorale n. 11 dicembre 2009)

 
Annus Sacerdotalis 2009 - 2010


Il cuore dell’ Anno Sacerdotale

"Cuore dell’ Anno Sacerdotale  è l'Eucarestia". L'autenticità di ogni nostro impegno si misura dal valore che noi diamo all'Eucarestia e al Sacerdozio. Senza questa adorazione del Mistero della divina reale presenza, unita al ritorno verso i più poveri, non si vive l'Anno aperturaannosacerdotaled.jpg Sacerdotale.
Ma quale ritorno è credibile e fecondo se dimentica ed esclude l'abbraccio con i sacerdoti, "specialmente quelli poverelli e abbandonati di questo mondo?"
(san Francesco).

Nella Chiesa sono decine di migliaia i preti che hanno lasciato.
Cosa avete lasciato? E come avete lasciato? Quanto avete sofferto? E come avete sofferto? Quanto hanno sofferto, come voi, i vostri familiari, le vostre comunità, i vostri  superiori?

Nella Chiesa sono tanti i preti che vivono crisi di identità (non so più chi sono), di ministero (non so più cosa devo fare), di ruolo (a cosa serve il prete).
Moltissimi stringono i denti e continuano nell'esercizio del ministero. Altri stringono i denti ed iniziano un doloroso (e spesso non compreso) periodo di verifica e di ricerca. Altri ancora preferiscono continuare a lavorare rinviando a chissà quando la risposta a domande che non ammettono ritardi.

Preti contenti, preti sereni, preti realizzati, preti stanchi, preti delusi, preti in ricerca, preti che hanno smesso di cercare, preti fragili, preti che vivono compromessi laceranti, preti vittime di sbagli altrui, preti che debbono piangere i propri sbagli, preti immaturi, preti affannati, preti che convivono, preti che hanno dei figli, preti che aspettano la dispensa, preti sposati solo civilmente, preti arrabbiati, preti emarginati dalla Chiesa.
Solo Dio conosce questo elenco che comprende tutti i preti della terra.
E solo Dio sa cosa c'è nel cuore di ogni prete: grazia e peccato, luce e tenebre, verità e menzogna. Lasciamo dunque che sia solo Dio a giudicare.

A noi tutti invece spetta il dono e l'impegno di vivere l’Anno Sacerdotale tentando di imitare il cuore di Dio, anche nei confronti dei sacerdoti, qualunque sia la loro situazione.
Questo anno giubilare è per i preti, i vescovi, i religiosi, le monache, una occasione unica ed irripetibile per rivedere atteggiamenti e comportamenti nei confronti dei preti in difficoltà.

Smettiamola di scandalizzarci se un prete vive crisi dolorose. Smettiamola di isolarlo come se fosse un lebbroso. Smettiamola di mormorare sul "perché ha lasciato". Smettiamola di alimentare "voci di corridoio". Smettiamola di sottolineare più le sue infedeltà che le sue fragilità. Smettiamola di parlare male dei preti, dei vescovi, dei superiori, del papa, della Chiesa: così facendo, parliamo male di noi stessi.
Smettiamola di considerare solo fragile il prete e non anche responsabile della sua situazione. Smettiamola di considerare il prete solo responsabile della sua situazione e non anche fragile. Smettiamola di pensare che sono affari solo suoi. Smettiamola di ordinare preti persone con evidenti squilibri umani. Smettiamola di evitare i preti sposati. Smettiamola di non aiutarli a cercare lavoro. Smettiamola di non coinvolgerli nelle attività pastorali, come se fossero pericolosi. Smettiamola di fare tutto questo (e non solo questo).
Forse questi non sono comportamenti evangelici.

L’Anno Sacerdotale è per i preti in difficoltà, in crisi, in ricerca, laicizzati ... una occasione unica ed irripetibile per rivedere atteggiamenti e comportamenti nei confronti della Chiesa, dei pastori, dei superiori.
Smettetela di considerare la Chiesa sempre e solo come la fonte dei vostri problemi. Smettetela di sentirvi perseguitati. Smettetela di mettervi "di fronte" e non "accanto" alla Chiesa. Smettetela di essere arrabbiati, frustrati, ribelli. Smettetela di scrivere sui giornali laicisti. Smettetela di contrapporvi alla Chiesa.
Smettetela di considerare la Chiesa sempre e solo come matrigna e non anche come madre. Smettetela di dire che il celibato non lo avevate liberamente scelto e che è solo una legge ecclesiastica. Smettetela di tacere anche sulle vostre personali responsabilità. Smettetela di aggregarvi solo tra di voi e non anche con i sacerdoti che tuttora esercitano il ministero. Smettetela di restare nell'anonimato nei confronti delle parrocchie nel cui territorio abitate.
Smettetela di sottolineare solo le vostre fragilità e non anche le vostre infedeltà. Smettetela di pensare che la Chiesa vi debba amare solo nei modi da voi suggeriti.

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