| 36 - Ma tu, che lingua parli? A che umanità appartieni? |
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Mi sento sano, di mente e di cuore, e fino a qualche anno fa mi sentivo anche forte.
Mi accorgo di non essere preparato a fare il sacerdote in "questo" mondo, in "questo" tempo. E mi domando: perché sono stato spinto allo sbaraglio?
Nella mia formazione, si è costantemente ignorato che anche la Chiesa, anche i sacerdoti sono coinvolti in questa fase di cambiamento culturale. Nessuno mi ha insegnato a interpretare e mediare correttamente la sostanza immortale del messaggio al quale mi sono consacrato. Perché nessuno ha previsto che i giovani preti come me avrebbero sofferto drammaticamente questo ritardo su cambiamenti sostanziali, questa separazione totale dalla comprensione degli altri uomini?
Temo che ciò sia accaduto perché per esprimere il vangelo in maniera accettabile e credibile si devono capovolgere gli abituali linguaggi dei seminari e delle curie, gli abituali modi di pensare e di vivere, si deve accettare che tutta la realtà che ci circonda è diventata diversa e richiede radicali conversioni, un esodo mentale troppo costoso. Nei seminari si è preferita la mediocrità culturale e la disattenzione nei confronti della storia, in nome di una presunzione gratuita, pagana. Vi sembra che noi, oggi, siamo realmente preparati ad essere "maestri in umanità"? Chi ha il coraggio di affermare che il sacerdote di oggi è un "alter Christus"? Cristo sarebbe così lontano dall’uomo reale e dalla sua disperazione? Sarebbe così retorico sul suo pulpito? Anche io mi sono trovato «come un eunuco dentro a una cattedrale, che salmòdia in un linguaggio che nemmeno a lui interessa capire» (Faulkner). La mia crisi di vocazione e la tentazione di abbandonare tutto non è nata dal fatto che il mio zelo sacerdotale ha dovuto fare i conti con l’indifferenza religiosa e con l’indifferenza verso i valori. È nata piuttosto dalla percezione di essere stato tradito da chi ritenevo dovesse prendersi cura della mia intelligenza, della mia missione, della mia dignità. Chi mi formò per anni avrebbe dovuto chiedersi: che significa che i ragazzi non hanno alcun punto di riferimento, non hanno speranza nel proprio futuro? che non sanno dare un senso all’amicizia? che non riconoscono il significato umano della fratellanza? Perché, ad esempio, non sono stato preparato a dare risposte concrete a simili attese dei miei fratelli più giovani? o almeno perché non mi si è proposta chiaramente questa "realtà" che coincideva con il mio specifico campo di missione? Oggi mi consumo nella ricerca di una soluzione ad interrogativi che ormai mi spaventano e mi paralizzano. Non ho più voglia di essere un "fallito" perché ho ricevuto una formazione tanto divina da essere disincarnata, tanto elitaria da non essere più umana, tanto trascendente da essere irreale. Non riesco a vivere con questo turbinio di domande che mi tarlano la testa: si tratta di insegnare una religione o si tratta di trasmettere "valori" più elementari? come si fa per proporre valori a una massa (i miei fedeli) che crede soltanto a non valori? Come dare realismo ai valori che possiedo ma che loro non considerano e respingono come irreali? come fare accettare che la cultura dell’usa e getta, dei valori labili, provvisori, immediati è una cultura che non paga, che non lascia traccia per la vita? come inserirmi con il vangelo in questa rivoluzione culturale che tutto sconvolge? Come? Come? Come? Non accetto "questo" mondo di non valori, "questa" cultura di morte. Ma sono stanco di stare anch’io a capo basso, deluso, pessimista come i giovani di vent’anni della mia parrocchia troppo abulica, ai quali non ho potuto dare risposte adeguate, e questo perché nessun maestro mi ha dato negli anni le armi per combattere, perché nessun formatore ha avuto occhi per vedere nell’oggi. Avrebbero dovuto formarmi solidamente ad essere comunque ottimista, su solide ragioni, tratte dalla sapienza del cuore e dalla maturità culturale; avrebbero dovuto formarmi a guardare in faccia la storia e le sue disperazioni e ad amare i miei fratelli proprio nell’inferno della vita. Perché, perché non mi è stata data la preparazione a vivere da prete dentro a questa cultura di morte? Perché si è voluto fare di me un’isoletta felice in un vasto oceano di sconforto? Perché formarmi alla conservazione della ipocrisia e delle strutture di occulta manipolazione? Avrebbero dovuto insegnarmi il linguaggio giusto per rispondere ad una madre che vuole abortire e che obbietta: "Ma sa cosa costa un figlio?" o per rispondere agli interrogativi di un vecchio che soffre seduto su una poltrona. Oggi troppi pensano: «un vecchio a cosa serve?». Dovevano mettermi nelle mani una autentica cultura educante. Ho detto "autentica", cioè incarnata, rispondente alle attese di oggi e di domani, e non alle astrazioni valide per ieri, con un linguaggio valido per l’altro ieri. Invece di insegnarmi a parlare avrebbero dovuto insegnarmi l’arte di ascoltare. Erano consapevoli o no che l’uomo dì oggi ha un bisogno immenso di essere ascoltato e che comincia ad ascoltare solo se è ascoltato? La vecchia scuola dice di no, dice che noi siamo i maestri e basta. Ma a me questo vangelo dell’arroganza non va. Possibile che nessuno si fosse accorto che stava finendo da tempo l’epoca della saccenteria?
E stato un errore preoccuparsi del numero dei preti. Almeno per me, sarebbe stato meglio preoccuparsi del tempo storico in cui sarei vissuto. |
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