| 48 - Dal mio diario di sacerdote spento |
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Mi sento uno specialista in organizzazione: la mia parrocchia, ormai è un’azienda perfetta. Ho sviluppato piani, ho fatto progetti, ho raccolto il denaro, ho pianificato al computer la cura delle anime. Ho istituito la pastorale per categorie, per gruppi, per zone, per età. Sto cedendo al fascino delle tecniche di mercato. I parrocchiani, i loro problemi: sono una realtà sotto i miei occhi, controllata statisticamente, avvicinabile o archiviabile a mio parere, basta accendere quella macchina tremenda che mi organizza la vita. Con quanta facilità, "richiamo", "studio", "esamino" - sempre molto da lontano - e spesso "cancello" a mio comodo, le realtà che più mi ricordano il sostanziale, e mi costringono a rivedermi. Cosa che mi disturba terribilmente. Sono qua a celebrare l’Eucarestia e la mente è già nella seconda parrocchia per la seconda Eucarestia. Oggi pomeriggio ho due cresime, qui e là, con sua Eccellenza. Ma tutti e due abbiamo una tremenda premura. Io devo tornare in fretta per seguire e riorganizzare le altre attività. Non posso certo fermarmi a far festa con i bambini e le loro famiglie. Se facessi così per tutto, sarei già sull’orlo dell’esaurimento. Devono capirlo, questo. E non pretendere, pretendere, pretendere! La mia agenda ha sostituito il breviario. Mi sono autoconvinto e autoassolto in questo. La mia attività pastorale può sostituire egregiamente, in qualche modo, la preghiera liturgica ... . Agire è importante quanto pregare. Agire, naturalmente per portare l’opera di Dio in mezzo agli altri. Sì, ma come? Basta organizzarsi bene, mi dico. Sono sicuro che funziona, sicuro di riuscire a mantenere un buon equilibrio fra la vita spirituale e la vita di apostolato attivo! Mi sento da sempre super provvisto di spiritualità e ricco di profondità, tanto da poter vivere di "rendita". A capodanno è bello dire "sono impegnato fino a dicembre!". "Per due anni non ho più nemmeno un buco libero". Ma non solo per gli uomini. Anche per Dio. In fin dei conti, lavoro per Lui. Mi sbatto giorno e notte per promuovere i suoi progetti. Nel profondo ho la sensazione che Lui abbia bisogno di me. Ma non mi sento strumento. Mi sento "sostituto", mi sento indispensabile, quasi al pari suo! La tentazione dell’onnipotenza. Ti acceca. Non te ne accorgi. Ti porta lontano da te.
Comincio a non vedere più le cose veramente importanti. Forse non le voglio proprio vedere. La solitudine, il dolore, la povertà, la debolezza ... la fatica del vivere di chi ho attorno e vorrebbe avermi come sostegno, come punto di riferimento, testimone di una vita diversa da questa, impastata di cose meno materiali e di più "umanità".
Qualcuno in quel Tabernacolo aspetta. Sì, Gesù nel Tabernacolo, aspetta. Per intere settimane. Lo Spirito Santo? È una vita che chiede udienza al suo ministro, ma rimane sempre ad aspettare fuori dalla porta, con il cappello in mano, come tutti gli altri sprovvisti di appuntamento, che non possono pretendere di rientrare nei programmi saturi ormai da mesi dei miei impegni. E così via.
Tutto è diventato più difficile perchè non mi è concesso di soffrire apertamente, serenamente. Unica via d’uscita: fingere, mascherare, rappresentarmi ancora. Il mio zelo pastorale è soltanto furia di lavorare, insensata espressione di debolezza profonda. Una vita in balia, l’inizio della deriva. Il mio bisogno di autenticità, di calore, di contatto con me stesso ha iniziato a divenire voragine, risucchio. Prepotenza, aggressività, intransigenza. Senso di frustrazione, di fallimento. Ecco gli aspetti di una pastorale lontana dal Pastore, che rischia di rendermi vecchio e stanco prima del tempo. Ogni frenesia pastorale si dissolve soltanto quando il sacerdote si colloca nell’orizzonte della Signoria di Dio. La terra porta frutto mentre il contadino dorme. Fino a quando non crederò questo, resterò convinto di non poter andare nemmeno a dormire, con tutti gli impegni che ho! Solo chi crede, può riposare. Solo chi ha fiducia vera in un Altro, riesce a dormire. Sta qui la soluzione del problema della mia solitudine e del mio stress. Devo ancora scoprire il rapporto cristiano con il tempo e con me stesso. |
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