ESORTAZIONE
APOSTOLICA
POST-SINODALE
DI SUA SANTITA'
GIOVANNI PAOLO II
ALL'EPISCOPATO
AL CLERO E AI FEDELI
CIRCA LA FORMAZIONE DEI SACERDOTI
NELLE CIRCOSTANZE ATTUALI
Venerati Fratelli e diletti Figli e Figlie,
salute e Apostolica Benedizione
INTRODUZIONE
« Vi darò Pastori secondo il mio cuore ».(1)
Con queste parole del profeta Geremia Dio promette al
suo popolo di non lasciarlo mai privo di pastori che lo radunino e lo
guidino: « Costituirò sopra di esse (ossia sulle mie pecore) pastori che
le faranno pascolare, così che non dovranno più temere né sgomentarsi
».(2)
La Chiesa, popolo di Dio, sperimenta sempre la
realizzazione di questo annuncio profetico e nella gioia continua a
rendere grazie al Signore. Essa sa che Gesù Cristo stesso è il compimento
vivo, supremo e definitivo della promessa di Dio: « Io sono il buon
pastore ».(3)
Egli, « il Pastore grande delle pecore »,(4) ha
affidato agli apostoli e ai loro successori il ministero di pascere il
gregge di Dio.(5) In particolare, senza sacerdoti la Chiesa non potrebbe
vivere quella fondamentale obbedienza che è al cuore stesso della sua
esistenza e della sua missione nella storia: l'obbedienza al comando di
Gesù: « Andate dunque e ammaestrate tutte le genti » (6) e « Fate questo
in memoria di me »,(7) ossia il comando di annunciare il Vangelo e di
rinnovare ogni giorno il sacrificio del suo corpo dato e del suo sangue
versato per la vita del mondo.
Nella fede sappiamo che la promessa del Signore non può
venir meno. Proprio questa promessa è la ragione e la forza che fa gioire
la Chiesa di fronte alla fioritura e alla crescita numerica delle
vocazioni sacerdotali, che oggi si registrano in alcune parti del mondo,
così come rappresenta il fondamento e lo stimolo per un suo atto di fede
più grande e di speranza più viva di fronte alla grave scarsità di
sacerdoti, che pesa in altre parti del mondo.
Tutti siamo chiamati a condividere la fiducia piena
nell'ininterrotto compiersi della promessa di Dio, che i Padri sinodali
hanno voluto testimoniare in modo chiaro e forte: « Il Sinodo con piena
fiducia nella promessa di Cristo che ha detto: "Ecco, io sono con voi
tutti i giorni sino alla fine del mondo" (8) e consapevole dell'attività
costante dello Spirito Santo nella Chiesa, intimamente crede che non
mancheranno mai completamente nella Chiesa i sacri ministri... Anche se in
varie regioni si dà scarsità di clero, tuttavia l'azione del Padre, che
suscita le vocazioni, non cesserà mai nella Chiesa ».(9)
Come ho detto a conclusione del Sinodo, di fronte alla
crisi delle vocazioni sacerdotali « la prima risposta che la Chiesa dà sta
in un atto di fiducia totale nello Spirito Santo. Siamo profondamente
convinti che questo fiducioso abbandono non deluderà, se peraltro restiamo
fedeli alla grazia ricevuta ».(10)
2. Restare fedeli alla grazia ricevuta! Infatti, il
dono di Dio non annulla la libertà dell'uomo, ma la suscita, la sviluppa e
la esige.
Per questo la fiducia totale nell'incondizionata
fedeltà di Dio alla sua promessa si accompagna nella Chiesa alla grave
responsabilità di cooperare all'azione di Dio che chiama, di contribuire a
creare e a mantenere le condizioni nelle quali il buon seme, seminato da
Dio, possa mettere radici e dare frutti abbondanti. La Chiesa non può mai
cessare di pregare il padrone della messe perché mandi operai nella sua
messe,(11) di rivolgere una limpida e coraggiosa proposta vocazionale alle
nuove generazioni, di aiutarle a discernere la verità della chiamata di
Dio e a corrispondervi con generosità, di riservare una cura particolare
per la formazione dei candidati al presbiterato.
In realtà la formazione dei futuri sacerdoti, sia
diocesani sia religiosi, e l'assidua cura, protratta lungo tutto il corso
della vita, per la loro santificazione personale nel ministero e per
l'aggiornamento costante del loro impegno pastorale, sono considerate
dalla Chiesa come uno dei compiti di massima delicatezza e importanza per
il futuro dell'evangelizzazione dell'umanità.
Quest'opera formativa della Chiesa è una continuazione
nel tempo dell'opera di Cristo, che l'evangelista Marco indica con le
parole: « Gesù salì sul monte, chiamò a sé quelli che egli volle ed essi
andarono da lui. Ne costituì 12 che stessero con lui e anche per mandarli
a predicare e perché avessero il potere di scacciare i demoni ».(12)
Si può affermare che nella sua storia, la Chiesa ha
sempre rivissuto, sia pure con intensità e in modalità diverse, questa
pagina del Vangelo mediante l'opera formativa riservata ai candidati al
presbiterato e ai sacerdoti stessi. Oggi però la Chiesa si sente chiamata
a rivivere quanto il Maestro ha fatto con i suoi apostoli con un impegno
nuovo, sollecitata com'è dalle profonde e rapide trasformazioni delle
società e delle culture del nostro tempo, dalla molteplicità e diversità
dei contesti nei quali essa annuncia e testimonia il Vangelo, dal
favorevole andamento numerico delle vocazioni sacerdotali che si registra
in diverse diocesi, dall'urgenza di una nuova verifica dei contenuti e dei
metodi della formazione sacerdotale, dalla preoccupazione dei Vescovi e
delle loro comunità per la persistente scarsità di clero, dall'assoluta
necessità che la « nuova evangelizzazione » abbia nei sacerdoti i suoi
primi « nuovi evangelizzatori ».
Proprio in questo contesto storico e culturale si è
collocata l'ultima Assemblea generale ordinaria del Sinodo dei Vescovi,
dedicata a « La formazione dei sacerdoti nelle circostanze attuali », con
l'intento, a distanza di 25 anni dalla fine del Concilio, di portare a
compimento la dottrina conciliare su questo argomento e di renderla più
attuale e incisiva nelle circostanze odierne.(13)
3. In continuità con i testi del Concilio Vaticano II
circa l'ordine dei presbiteri e la loro formazione,(14) e nell'intento di
applicarne in concreto alle varie situazioni la ricca ed autorevole
dottrina, la Chiesa ha affrontato più volte i problemi della vita, del
ministero e della formazione dei sacerdoti.
Le occasioni più solenni sono stati i Sinodi dei
Vescovi. Fin dalla prima Assemblea generale, svoltasi nell'ottobre del
1967, il Sinodo dedicò 5 congregazioni generali al tema del rinnovamento
dei seminari. Questo lavoro diede impulso decisivo all'elaborazione del
documento della Congregazione per l'Educazione Cattolica: « Norme
fondamentali per la formazione sacerdotale ».(15)
Fu soprattutto la seconda Assemblea generale ordinaria
del 1971 a impegnare la metà dei suoi lavori sul sacerdozio ministeriale.
I frutti di questo lungo confronto sinodale, ripresi e condensati in
alcune « raccomandazioni » sottomesse al mio Predecessore, Papa Paolo VI,
e lette in apertura del Sinodo del 1974, riguardavano principalmente la
dottrina sul sacerdozio ministeriale ed alcuni aspetti della spiritualità
e del ministero sacerdotale.
Anche in molte altre occasioni il Magistero della
Chiesa ha continuato a testimoniare la sua sollecitudine per la vita e per
il ministero dei sacerdoti. Si può dire che negli anni del post-Concilio
non ci sia stato intervento magisteriale che in qualche misura non abbia
riguardato, in modo esplicito o implicito, il senso della presenza dei
sacerdoti nella comunità, il loro ruolo e la loro necessità per la Chiesa
e per la vita del mondo.
In questi anni più recenti e da più parti è stata
avvertita la necessità di ritornare sul tema del sacerdozio, affrontandolo
da un punto di vista relativamente nuovo e più adatto alle presenti
circostanze ecclesiali e culturali. L'attenzione si è spostata dal
problema dell'identità del prete ai problemi connessi con l'itinerario
formativo al sacerdozio e con la qualità di vita dei sacerdoti. In realtà
le nuove generazioni di chiamati al sacerdozio ministeriale presentano
caratteristiche notevolmente diverse rispetto a quelle dei loro immediati
predecessori e vivono in un mondo per tanti aspetti nuovo e in continua e
rapida evoluzione. E di tutto ciò non si può non tener conto nella
programmazione e nella realizzazione degli itinerari educativi al
sacerdozio ministeriale.
I sacerdoti poi, già inseriti da un tempo più o meno
lungo nell'esercizio del ministero, sembrano oggi soffrire di eccessiva
dispersione nelle sempre crescenti attività pastorali e, di fronte alle
difficoltà della società e della cultura contemporanea, si sentono
costretti a ripensare i loro stili di vita e le priorità degli impegni
pastorali, mentre avvertono sempre più la necessità di una formazione
permanente.
Ora all'incremento delle vocazioni al presbiterato,
alla loro formazione perché i candidati conoscano e seguano Gesù
preparandosi a celebrare e a vivere il sacramento dell'Ordine che li
configura a Cristo Capo e Pastore, Servo e Sposo della Chiesa,
all'individuazione di itinerari di formazione permanente capaci di
sostenere in modo realistico ed efficace il ministero e la vita spirituale
dei sacerdoti sono state dedicate le preoccupazioni e le riflessioni del
Sinodo dei Vescovi 1990.
Questo stesso Sinodo intendeva anche rispondere a una
richiesta fatta dal precedente Sinodo sulla vocazione e missione dei laici
nella Chiesa e nel mondo. I laici stessi avevano sollecitato l'impegno dei
sacerdoti alla formazione per essere opportunamente aiutati nel compimento
della comune missione ecclesiale. E in realtà, « più si sviluppa
l'apostolato dei laici e più fortemente viene percepito il bisogno di
avere dei sacerdoti che siano ben formati. Così la vita stessa del popolo
di Dio manifesta l'insegnamento del Concilio Vaticano II sul rapporto tra
sacerdozio comune e sacerdozio ministeriale o gerarchico: infatti nel
mistero della Chiesa la gerarchia ha un carattere ministeriale.(16) Più si
approfondisce il senso della vocazione propria dei laici, più si evidenzia
ciò che è proprio del sacerdozio ».(17)
4. Nell'esperienza ecclesiale tipica del Sinodo, quella
cioè di « una singolare esperienza di comunione episcopale
nell'universalità, che rafforza il senso della Chiesa universale, la
responsabilità dei Vescovi verso la Chiesa universale e la sua missione,
in comunione affettiva ed effettiva attorno a Pietro »,(18) si è fatta
sentire, limpida ed accurata, la voce delle diverse Chiese particolari
- e in questo Sinodo, per la prima volta, di alcune Chiese dell'Est -, le
Chiese hanno proclamato la loro fede nel compimento della promessa di Dio:
« Vi darò pastori secondo il mio cuore »,(19) e hanno rinnovato il loro
impegno pastorale per la cura delle vocazioni e per la formazione dei
sacerdoti, nella consapevolezza che da queste dipendono l'avvenire della
Chiesa, il suo sviluppo e la sua missione universale di salvezza.
Riprendendo ora il ricco patrimonio delle riflessioni,
degli orientamenti e delle indicazioni che hanno preparato e accompagnato
i lavori dei Padri sinodali, con questa Esortazione Apostolica
post-sinodale unisco alla loro la mia voce di Vescovo di Roma e di
Successore di Pietro e la rivolgo al cuore di tutti i fedeli e di ciascuno
di essi, in particolare al cuore dei sacerdoti e di quanti sono impegnati
nel delicato ministero della loro formazione. Sì, con tutti i
sacerdoti e con ciascuno di loro, sia diocesani sia religiosi,
desidero incontrarmi mediante questa Esortazione.
Con le labbra e il cuore dei Padri sinodali faccio mie
le parole e i sentimenti del « Messaggio finale del Sinodo al popolo di
Dio »: « Con animo riconoscente e pieno di ammirazione ci rivolgiamo a voi
che siete i nostri primi cooperatori nel servizio apostolico. La vostra
opera nella Chiesa è veramente necessaria e insostituibile. Voi sostenete
il peso del ministero sacerdotale e avete il contatto quotidiano con i
fedeli. Voi siete i ministri dell'Eucaristia, i dispensatori della
misericordia divina nel Sacramento della Penitenza, i consolatori delle
anime, le guide dei fedeli tutti nelle tempestose difficoltà della vita.
« Vi salutiamo con tutto il cuore, vi esprimiamo la
nostra gratitudine e vi esortiamo a perseverare in questa via con animo
lieto e pronto. Non cedete allo scoraggiamento. La nostra opera non è
nostra ma di Dio.
« Colui che ci ha chiamati e che ci ha inviati rimane
con noi per tutti i giorni della nostra vita. Noi infatti operiamo per
mandato di Cristo ».(20)
CAPITOLO I
PRESO FRA GLI UOMINI
5. « Ogni sommo sacerdote, preso fra gli uomini, viene
costituito per il bene degli uomini nelle cose che riguardano Dio ».(21)
La Lettera agli Ebrei afferma chiaramente l'«
umanità » del ministro di Dio: egli viene dagli uomini ed è al
servizio degli uomini, imitando Gesù Cristo « lui stesso provato in ogni
cosa, a somiglianza di noi, escluso il peccato ».(22)
Dio chiama i suoi sacerdoti sempre da determinati
contesti umani ed ecclesiali, dai quali sono inevitabilmente connotati e
ai quali sono mandati per il servizio del Vangelo di Cristo.
Per questo il Sinodo ha contestualizzato l'argomento
dei sacerdoti, collocandolo nell'oggi della società e della Chiesa e
aprendolo alle prospettive del terzo millennio, come del resto risulta
dalla stessa formulazione del tema: « La formazione dei sacerdoti nelle
circostanze attuali ».
Certamente « c'è una fisionomia essenziale del
sacerdote che non muta: il sacerdote di domani infatti, non meno di quello
di oggi, dovrà assomigliare a Cristo. Quando viveva sulla terra, Gesù
offrì in se stesso il volto definitivo del presbitero, realizzando un
sacerdozio ministeriale di cui gli apostoli furono i primi ad essere
investiti; esso è destinato a durare, a riprodursi incessantemente in
tutti i periodi della storia. Il presbitero del terzo millennio sarà, in
questo senso, il continuatore dei presbiteri che, nei precedenti millenni,
hanno animato la vita della Chiesa. Anche nel Duemila la vocazione
sacerdotale continuerà ad essere la chiamata a vivere l'unico e permanente
sacerdozio di Cristo ».(23) Altrettanto certamente la vita e il ministero
del sacerdote devono anche « adattarsi a ogni epoca e ad ogni ambiente di
vita... Da parte nostra dobbiamo perciò cercare di aprirci, per quanto
possibile, alla superiore illuminazione dello Spirito Santo, per scoprire
gli orientamenti della società contemporanea, riconoscere i bisogni
spirituali più profondi, determinare i compiti concreti più importanti, i
metodi pastorali da adottare, e così rispondere in modo adeguato alle
attese umane ».(24)
Dovendo coniugare la permanente verità del ministero
presbiterale con le istanze e le caratteristiche dell'oggi, i Padri
Sinodali hanno cercato di rispondere ad alcune domande necessarie:
quali problemi e, nello stesso tempo, quali stimoli positivi l'attuale
contesto socio-culturale ed ecclesiale suscita nei ragazzi, negli
adolescenti e nei giovani che devono maturare, per tutta l'esistenza, un
progetto di vita sacerdotale? Quali difficoltà e quali nuove possibilità
offre il nostro tempo per l'esercizio di un ministero sacerdotale coerente
col dono del Sacramento ricevuto e con l'esigenza di una vita spirituale
corrispondente?
Ripresento ora alcuni elementi dell'analisi della
situazione che i Padri sinodali hanno sviluppato, ben consapevole però che
la grande varietà delle circostanze socio-culturali ed ecclesiali presenti
nei diversi paesi consiglia di segnalare solo i fenomeni più profondi e
più diffusi, in particolare quelli che si rapportano ai problemi educativi
e alla formazione sacerdotale.
6. Molteplici fattori sembrano favorire negli uomini
d'oggi una più matura coscienza della dignità della persona e una nuova
apertura ai valori religiosi, al Vangelo e al ministero sacerdotale.
Nell'ambito della società troviamo, nonostante tante
contraddizioni, una più diffusa e forte sete di giustizia e di pace, un
senso più vivo della cura dell'uomo per il creato e per il rispetto della
natura, una ricerca più aperta della verità e della tutela della dignità
umana, l'impegno crescente, in molte fasce della popolazione mondiale, per
una più concreta solidarietà internazionale e per un nuovo ordine
planetario, nella libertà e nella giustizia. Cresce anche, mentre si
sviluppa sempre più il potenziale di energie offerto dalle scienze e dalle
tecniche e si diffondono l'informazione e la cultura, una nuova domanda
etica, la domanda, cioè, di senso e quindi di un'oggettiva scala di valori
che permetta di stabilire le possibilità e i limiti del progresso.
Nel campo più propriamente religioso e cristiano,
cadono pregiudizi ideologici e chiusure violente all'annuncio dei valori
spirituali e religiosi, mentre sorgono nuove e insperate possibilità per
l'evangelizzazione e la ripresa della vita ecclesiale in molte parti del
mondo. Si notano così una crescente diffusione della conoscenza delle
Sacre Scritture; una vitalità e forza espansiva di molte Chiese giovani
con un ruolo sempre più rilevante nella difesa e nella promozione dei
valori della persona e della vita umana; una splendida testimonianza del
martirio da parte delle Chiese del Centro-Est europeo, come anche della
fedeltà e del coraggio di altre Chiese, che ancora sono costrette a subire
persecuzioni e tribolazioni per la fede.(25)
Il desiderio di Dio e di un rapporto vivo e
significativo con Lui si presenta oggi tanto forte da favorire, là dove
manca l'autentico e integrale annuncio del Vangelo di Gesù, la diffusione
di forme di religiosità senza Dio e di molteplici sette. La loro
espansione, anche in alcuni ambienti tradizionalmente cristiani, è sì per
tutti i figli della Chiesa, e per i sacerdoti in particolare, un costante
motivo di esame di coscienza sulla credibilità della loro testimonianza al
Vangelo, ma insieme anche un segno di quanto sia tuttora profonda e
diffusa la ricerca di Dio.
7. Ma con questi e con altri fattori positivi si
trovano intrecciati molti elementi problematici o negativi.
Ancora molto diffuso si presenta il razionalismo,
che, in nome di una concezione riduttiva di scienza, rende insensibile la
ragione umana all'incontro con la Rivelazione e con la trascendenza
divina.
È da registrarsi poi una difesa esasperata della
soggettività della persona, che tende a chiuderla nell'individualismo,
incapace di vere relazioni umane. Così molti, soprattutto tra i ragazzi e
i giovani, cercano di compensare questa solitudine con surrogati di varia
natura, con forme più o meno acute di edonismo, di fuga dalle
responsabilità; prigionieri dell'attimo fuggente, cercano di « consumare »
esperienze individuali il più possibile forti e gratificanti sul piano
delle emozioni e delle sensazioni immediate, trovandosi però
inevitabilmente indifferenti e come paralizzati di fronte all'appello di
un progetto di vita che includa una dimensione spirituale e religiosa e un
impegno di solidarietà.
Si diffonde, inoltre, in ogni parte del mondo, anche
dopo la caduta delle ideologie che avevano fatto del materialismo un dogma
e del rifiuto della religione un programma, una sorta di ateismo
pratico ed esistenziale, che coincide con una visione secolarista
della vita e del destino dell'uomo. Quest'uomo « tutto occupato di sé,
quest'uomo che si fa non soltanto centro di ogni interesse, ma osa dirsi
principio e ragione di ogni realtà »,(26) si trova sempre più impoverito
di quel supplemento d'anima che gli è tanto più necessario quanto più una
larga disponibilità di beni materiali e di risorse lo illude di
autosufficienza. Non c'è più bisogno di combattere Dio, si pensa di poter
fare semplicemente a meno di lui.
In questo quadro, si devono notare, in particolare,
la disgregazione della realtà familiare e l'oscuramento o il travisamento
del vero senso della sessualità umana: sono fenomeni che incidono in
modo fortemente negativo sull'educazione dei giovani e sulla loro
disponibilità ad ogni vocazione religiosa. Si devono notare, inoltre,
l'aggravarsi delle ingiustizie sociali e il concentrarsi della
ricchezza nelle mani di pochi, come frutto di un capitalismo disumano,(27)
che allarga sempre più la distanza tra popoli opulenti e popoli indigenti:
vengono così introdotte nella convivenza umana tensioni e inquietudini che
turbano profondamente la vita delle persone e delle comunità.
Anche nell'ambito ecclesiale, si registrano fenomeni
preoccupanti e negativi, che hanno diretto influsso sulla vita e sul
ministero dei sacerdoti. Così l'ignoranza religiosa che permane in molti
credenti; la scarsa incidenza della catechesi, soffocata dai più diffusi e
più suadenti messaggi dei mezzi di comunicazione di massa; il malinteso
pluralismo teologico, culturale e pastorale che, pur partendo a volte da
buone intenzioni, finisce per rendere difficile il dialogo ecumenico e per
attentare alla necessaria unità della fede; il persistere di un senso di
diffidenza e quasi di insofferenza per il magistero gerarchico; le spinte
unilaterali e riduttive della ricchezza del messaggio evangelico, che
trasformano l'annuncio e la testimonianza della fede in un esclusivo
fattore di liberazione umana e sociale oppure in un alienante rifugio
nella superstizione e nella religiosità senza Dio.(28)
Un fenomeno di grande rilievo, anche se relativamente
recente in molti paesi di antica tradizione cristiana, è la presenza in
uno stesso territorio di consistenti nuclei di razze diverse e di diverse
religioni. Si sviluppa così sempre più la società multirazziale e
multireligiosa. Se questo può essere occasione, da un lato, di un
esercizio più frequente e fruttuoso del dialogo, di un'apertura di
mentalità, di esperienze di accoglienza e di giusta tolleranza, dall'altro
lato può essere causa di confusione e di relativismo, soprattutto in
persone e popolazioni dalla fede meno matura.
A questi fattori, e in stretto collegamento con la
crescita dell'individualismo, si aggiunge il fenomeno della
soggettivizzazione della fede. Si registra cioè, da parte di un numero
crescente di cristiani, una minore sensibilità all'insieme globale ed
oggettivo della dottrina della fede, per un'adesione soggettiva a ciò che
piace, che corrisponde alla propria esperienza, che non scomoda le proprie
abitudini. Anche l'appello all'inviolabilità della coscienza individuale,
in se stesso legittimo, non manca di assumere, in questo contesto,
pericolosi caratteri di ambiguità.
Di qui deriva anche il fenomeno delle appartenenze
alla Chiesa sempre più parziali e condizionate, che esercitano un
influsso negativo sul nascere di nuove vocazioni al sacerdozio, sulla
stessa autocoscienza del sacerdote e sul suo ministero nella comunità.
Infine, in molte realtà ecclesiali è, ancora oggi, la
scarsa presenza e disponibilità di forze sacerdotali a creare i problemi
più gravi. I fedeli sono spesso abbandonati per lunghi periodi, senza
adeguato sostegno pastorale: ne soffrono così la crescita della loro vita
cristiana nel suo complesso e, ancor più, la loro capacità di farsi
ulteriormente promotori di evangelizzazione.
8. Le numerose contraddizioni e potenzialità di cui
sono segnate le nostre società e culture e, nello stesso tempo, le
comunità ecclesiali sono percepite, vissute e sperimentate con una
intensità del tutto particolare dal mondo dei giovani, con ripercussioni
immediate e quanto mai incisive sul loro cammino educativo. In tal senso
il sorgere e lo svilupparsi della vocazione sacerdotale nei ragazzi, negli
adolescenti e nei giovani incontrano continuamente ad un tempo ostacoli e
sollecitazioni.
Quanto mai forte è sui giovani il fascino della
cosiddetta « società dei consumi », che li fa succubi e prigionieri di
un'interpretazione individualista, materialista ed edonista dell'esistenza
umana. Il benessere materialmente inteso tende ad imporsi come unico
ideale di vita, un benessere da ottenersi a qualsiasi condizione e prezzo:
di qui il rifiuto di tutto ciò che sa di sacrificio e la rinuncia alla
fatica di cercare e di vivere i valori spirituali e religiosi. La «
preoccupazione » esclusiva per l'avere soppianta il primato dell'essere,
con la conseguenza di interpretare e di vivere i valori personali e
interpersonali non secondo la logica del dono e della gratuità, bensì
secondo quella del possesso egoistico e della strumentalizzazione
dell'altro.
Questo si riflette, in particolare, sulla visione
della sessualità umana, che viene fatta decadere dalla sua dignità di
servizio alla comunione e alla donazione tra le persone per essere
semplicemente ricondotta ad un bene di consumo. Così l'esperienza
affettiva di molti giovani si risolve non in una crescita armoniosa e
gioiosa della propria personalità che si apre all'altro nel dono di sé, ma
in una grave involuzione psicologica ed etica, che non potrà non avere i
suoi pesanti condizionamenti sul loro domani.
Alla radice di queste tendenze si dà per non pochi
giovani un'esperienza distorta della libertà: lungi dall'essere
obbedienza alla verità oggettiva e universale, la libertà è vissuta come
assenso cieco alle forze istintive e alla volontà di potenza del singolo.
Si fanno allora in qualche modo naturali, sul piano della mentalità e del
comportamento, lo sgretolarsi del consenso intorno ai principii etici, e,
sul piano religioso, se non sempre il rifiuto esplicito di Dio, una larga
indifferenza e comunque una vita che, anche nei suoi momenti più
significativi e nelle sue scelte più decisive, viene vissuta come se Dio
non esistesse. In un simile contesto si fa difficile non solo la
realizzazione ma la stessa comprensione del senso di una vocazione al
sacerdozio, che è una specifica testimonianza del primato dell'essere
sull'avere, è riconoscimento del senso della vita come dono libero e
responsabile di sé agli altri, come disponibilità a porsi interamente al
servizio del Vangelo e del Regno di Dio in quella particolare forma.
Anche nell'ambito della comunità ecclesiale il mondo
dei giovani costituisce, non poche volte, un « problema ». In realtà, se
nei giovani, ancor più che negli adulti, sono presenti una forte tendenza
alla soggettivizzazione della fede cristiana e un'appartenenza solo
parziale e condizionata alla vita e alla missione della Chiesa, nella
comunità ecclesiale fatica, per una serie di ragioni, a decollare una
pastorale giovanile aggiornata e coraggiosa: i giovani rischiano di essere
lasciati a se stessi, in balìa della loro fragilità psicologica,
insoddisfatti e critici di fronte ad un mondo di adulti che, non vivendo
in modo coerente e maturo la fede, non si presentano loro come modelli
credibili.
Si fa allora evidente la difficoltà di proporre ai
giovani un'esperienza integrale e coinvolgente di vita cristiana ed
ecclesiale e di educarli ad essa. Così la prospettiva della vocazione al
sacerdozio rimane lontana dagli interessi concreti e vivi dei giovani.
9. Non mancano però situazioni e stimoli positivi, che
suscitano e alimentano nel cuore degli adolescenti e dei giovani una nuova
disponibilità, nonché una vera e propria ricerca di valori etici e
spirituali, che per loro natura offrono il terreno propizio per un cammino
vocazionale verso il dono totale di sé a Cristo e alla Chiesa nel
sacerdozio.
È da rilevare, anzitutto, come si siano attenuati
alcuni fenomeni, che in un recente passato avevano provocato non pochi
problemi, quali la contestazione radicale, le spinte libertarie, le
rivendicazioni utopiche, le forme indiscriminate di socializzazione, la
violenza.
Si deve riconoscere, inoltre, che anche i giovani
d'oggi, con la forza e la freschezza tipiche dell'età, sono portatori
degli ideali che si fanno strada nella storia: la sete della libertà, il
riconoscimento del valore incommensurabile della persona, il bisogno
dell'autenticità e della trasparenza, un nuovo concetto e stile di
reciprocità nei rapporti tra uomo e donna, la ricerca convinta e
appassionata di un mondo più giusto, più solidale, più unito, l'apertura e
il dialogo con tutti, l'impegno per la pace.
Lo sviluppo, così ricco e vivace in tanti giovani del
nostro tempo, di numerose e varie forme di volontariato rivolto alle
situazioni più dimenticate e disagiate della nostra società, rappresenta
oggi una risorsa educativa particolarmente importante, perché stimola e
sostiene i giovani ad uno stile di vita più disinteressato e più aperto e
solidale con i poveri. Questo stile di vita può facilitare la
comprensione, il desiderio e l'accoglienza di una vocazione al servizio
stabile e totale verso gli altri anche sulla strada della piena
consacrazione a Dio con una vita sacerdotale.
Il recente crollo delle ideologie, il modo fortemente
critico di porsi di fronte al mondo degli adulti che non sempre offrono
una testimonianza di vita affidata a valori morali e trascendenti, la
stessa esperienza di compagni che cercano evasioni nella droga e nella
violenza, contribuiscono non poco a rendere più acuta ed ineludibile la
fondamentale domanda circa i valori che sono veramente capaci di dare
pienezza di significato alla vita, alla sofferenza e alla morte. In tanti
giovani si fanno più espliciti la domanda religiosa e il bisogno di
spiritualità: di qui il desiderio di esperienze di deserto e di preghiera,
il ritorno ad una lettura più personale e abituale della Parola di Dio e
allo studio della teologia.
E come già nell'ambito del volontariato sociale, così
in quello della comunità ecclesiale i giovani si fanno sempre più attivi e
protagonisti, soprattutto con la partecipazione alle varie aggregazioni,
da quelle tradizionali ma rinnovate a quelle più recenti: l'esperienza di
una Chiesa « sollecitata alla nuova evangelizzazione » dalla fedeltà allo
Spirito che la anima e dalle esigenze del mondo lontano da Cristo ma
bisognoso di Lui, come pure l'esperienza di una Chiesa sempre più solidale
con l'uomo e con i popoli nella difesa e nella promozione della dignità
personale e dei diritti umani di tutti e di ciascuno aprono il cuore e la
vita dei giovani a ideali quanto mai affascinanti e impegnativi, che
possono trovare la loro concreta realizzazione nella sequela di Cristo e
nel sacerdozio.
È naturale che da questa situazione umana ed
ecclesiale, caratterizzata da forte ambivalenza, non si potrà affatto
prescindere non solo nella pastorale delle vocazioni e nell'opera di
formazione dei futuri sacerdoti, ma anche nell'ambito della vita e del
ministero dei sacerdoti e della loro formazione permanente. Così, se si
possono comprendere le varie forme di « crisi » alle quali vanno soggetti
i sacerdoti d'oggi nell'esercizio del ministero, nella loro vita
spirituale ed anche nella stessa interpretazione della natura e del
significato del sacerdozio ministeriale, si devono pure registrare, con
gioia e con speranza, le nuove possibilità positive che il momento storico
attuale offre ai sacerdoti per il compimento della loro missione.
10. La complessa situazione attuale, rapidamente
evocata per cenni e in modo esemplificativo, chiede di essere non solo
conosciuta, ma anche e soprattutto interpretata. Solo così si potrà
rispondere in modo adeguato alla fondamentale domanda: Come formare
sacerdoti che siano veramente all'altezza di questi tempi, capaci di
evangelizzare il mondo di oggi?(29)
È importante la conoscenza della situazione. Non
basta una semplice rilevazione dei dati; occorre un'indagine « scientifica
» con la quale delineare un quadro preciso e concreto delle reali
circostanze socio-culturali ed ecclesiali.
Ancor più importante è l'interpretazione della
situazione. Essa è richiesta dall'ambivalenza e talvolta dalla
contraddittorietà di cui è segnata la situazione, che registra
profondamente intrecciati tra loro difficoltà e potenzialità, elementi
negativi e ragioni di speranza, ostacoli e aperture, come il campo
evangelico nel quale sono seminati e « convivono » il buon grano e la
zizzania.(30)
Non è sempre facile una lettura interpretativa, che
sappia distinguere tra bene e male, tra segni di speranza e minacce. Nella
formazione dei sacerdoti non si tratta solo e semplicemente di accogliere
i fattori positivi e di contrastare frontalmente quelli negativi. Si
tratta di sottoporre gli stessi fattori positivi ad attento discernimento,
perché non si isolino l'uno dall'altro e non vengano in contrasto tra
loro, assolutizzandosi e combattendosi a vicenda. Altrettanto si dica dei
fattori negativi: non sono da respingere in blocco e senza distinzioni,
perché in ciascuno di essi può nascondersi un qualche valore, che attende
di essere liberato e ricondotto alla sua verità piena.
Per il credente l'interpretazione della situazione
storica trova il principio conoscitivo e il criterio delle scelte
operative conseguenti in una realtà nuova e originale, ossia nel
discernimento evangelico; è l'interpretazione che avviene nella luce e
nella forza del Vangelo, del Vangelo vivo e personale che è Gesù Cristo, e
con il dono dello Spirito Santo. In tal modo il discernimento evangelico
coglie nella situazione storica e nelle sue vicende e circostanze non un
semplice « dato » da registrare con precisione, di fronte al quale è
possibile rimanere nell'indifferenza o nella passività, bensì un « compito
», una sfida alla libertà responsabile sia della singola persona che della
comunità. È una « sfida » che si collega ad un « appello », che Dio fa
risuonare nella stessa situazione storica: anche in essa e attraverso di
essa Dio chiama il credente, e prima ancora la Chiesa, a far sì che « il
Vangelo della vocazione e del sacerdozio » esprima la sua verità perenne
nelle mutevoli circostanze della vita. Anche alla formazione dei sacerdoti
sono da applicarsi le parole del Concilio Vaticano II: « È dovere
permanente della Chiesa di scrutare i segni dei tempi e di interpretarli
alla luce del Vangelo, così che, in un modo adatto a ogni generazione,
possa rispondere ai perenni interrogativi degli uomini sul senso della
vita presente e futura e sul loro reciproco rapporto. Bisogna infatti
conoscere e comprendere il mondo in cui viviamo nonché le sue attese, le
sue aspirazioni e la sua indole spesso drammatiche ».(31)
Questo discernimento evangelico si fonda sulla fiducia
nell'amore di Gesù Cristo, che sempre e instancabilmente si prende cura
della sua Chiesa,(32) Lui che è il Signore e il Maestro, chiave di volta,
centro e fine di tutta la storia umana;(33) si nutre della luce e della
forza dello Spirito Santo, che suscita ovunque e in ogni circostanza
l'obbedienza della fede, il coraggio gioioso della sequela di Gesù, il
dono della sapienza che tutto giudica e non è giudicata da nessuno;(34)
riposa sulla fedeltà del Padre alle sue promesse.
In questo modo la Chiesa sente di poter affrontare le
difficoltà e le sfide di questo nuovo periodo della storia e di poter
assicurare anche per il presente e per il futuro sacerdoti ben formati,
che siano convinti e ferventi ministri della « nuova evangelizzazione »,
servitori fedeli e generosi di Gesù Cristo e degli uomini.
Non ci nascondiamo le difficoltà. Non sono né poche né
leggere. Ma a vincerle sono la nostra speranza, la nostra fede
nell'indefettibile amore di Cristo, la nostra certezza della
insostituibilità del ministero sacerdotale per la vita della Chiesa e del
mondo.
CAPITOLO II
MI HA CONSACRATO CON L'UNZIONE
E MI HA MANDATO
La natura e la missione del sacerdozio ministeriale
11. « Gli occhi di tutti nella sinagoga stavano fissi
sopra di lui ».(35) Quanto dice l'evangelista Luca di coloro che erano
presenti quel sabato nella sinagoga di Nazareth in ascolto del commento,
che Gesù avrebbe fatto del rotolo del profeta Isaia da lui stesso letto,
può applicarsi a tutti i cristiani, sempre chiamati a riconoscere in Gesù
di Nazareth il definitivo compimento dell'annuncio profetico: « Allora
cominciò a dire: "Oggi si è adempiuta questa scrittura che voi avete udito
con i vostri orecchi" ».(36) E la « scrittura » era questa: « Lo Spirito
del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l'unzione, e mi
ha mandato per annunziare ai poveri un lieto messaggio, per proclamare ai
prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; per rimettere in libertà
gli oppressi, e predicare un anno di grazia del Signore ».(37) Gesù,
dunque, si autopresenta come ripieno di Spirito, « consacrato con
l'unzione », « mandato per annunziare ai poveri un lieto messaggio »: è il
Messia, il Messia sacerdote, profeta e re.
È questo il volto di Cristo sul quale gli occhi della
fede e dell'amore dei cristiani devono stare fissi. Proprio a partire da e
in riferimento a questa « contemplazione » i Padri sinodali hanno
riflettuto sul problema della formazione dei sacerdoti nelle circostanze
attuali. Tale problema non può trovare risposta senza una previa
riflessione sulla meta alla quale è ordinato il cammino formativo: la meta
è il sacerdozio ministeriale, più precisamente il sacerdozio ministeriale
come partecipazione nella Chiesa del sacerdozio stesso di Gesù Cristo. La
conoscenza della natura e della missione del sacerdozio ministeriale è il
presupposto irrinunciabile, e nello stesso tempo la guida più sicura e lo
stimolo più incisivo, per sviluppare nella Chiesa l'azione pastorale di
promozione e di discernimento delle vocazioni sacerdotali e di formazione
dei chiamati al ministero ordinato.
La retta e approfondita conoscenza della natura e della
missione del sacerdozio ministeriale è la via da seguire, e il Sinodo di
fatto l'ha seguita, per uscire dalla crisi sull'identità del sacerdote:
« Questa crisi - dicevo nel Discorso al termine del Sinodo - era nata
negli anni immediatamente successivi al Concilio. Si fondava su un'errata
comprensione, talvolta persino volutamente tendenziosa, della dottrina del
magistero conciliare. Qui indubbiamente sta una delle cause del gran
numero di perdite subite allora dalla Chiesa, perdite che hanno gravemente
colpito il servizio pastorale e le vocazioni al sacerdozio, in particolare
le vocazioni missionarie. È come se il Sinodo del 1990, riscoprendo,
attraverso tanti interventi che abbiamo ascoltato in quest'aula, tutta la
profondità dell'identità sacerdotale, fosse venuto a infondere la speranza
dopo queste perdite dolorose. Questi interventi hanno manifestato la
coscienza del legame ontologico specifico che unisce il sacerdote a
Cristo, Sommo Sacerdote e Buon Pastore. Questa identità sottende alla
natura della formazione che deve essere impartita in vista del sacerdozio,
e quindi lungo tutta la vita sacerdotale. Era questo lo scopo proprio del
Sinodo ».(38)
Per questo il Sinodo ha ritenuto necessario richiamare,
in modo sintetico e fondamentale, la natura e la missione del sacerdozio
ministeriale, così come la fede della Chiesa le ha riconosciute lungo i
secoli della sua storia e come il Concilio Vaticano II le ha ripresentate
agli uomini del nostro tempo.(39)
12. « L'identità sacerdotale - hanno scritto i Padri
sinodali -, come ogni identità cristiana, ha la sua fonte nella Santissima
Trinità »,(40) che si rivela e si autocomunica agli uomini in Cristo,
costituendo in Lui e per mezzo dello Spirito la Chiesa come « germe e
inizio del Regno ».(41) L'Esortazione « Christifideles Laici »,
sintetizzando l'insegnamento conciliare, presenta la Chiesa come mistero,
comunione e missione: essa « è mistero perché l'amore e la vita del
Padre, del Figlio e dello Spirito Santo sono il dono assolutamente
gratuito offerto a quanti sono nati dall'acqua e dallo Spirito,(42)
chiamati a rivivere la comunione stessa di Dio e a manifestarla e
comunicarla nella storia (missione) ».(43)
È all'interno del mistero della Chiesa, come mistero di
comunione trinitaria in tensione missionaria, che si rivela ogni identità
cristiana, e quindi anche la specifica identità del sacerdote e del suo
ministero. Il presbitero, infatti, in forza della consacrazione che riceve
con il sacramento dell'Ordine, è mandato dal Padre, per mezzo di Gesù
Cristo, al quale come Capo e Pastore del suo popolo è configurato in modo
speciale, per vivere e operare nella forza dello Spirito Santo a servizio
della Chiesa e per la salvezza del mondo.(44)
Si può così comprendere la connotazione essenzialmente
« relazionale » dell'identità del presbitero: mediante il sacerdozio, che
scaturisce dalle profondità dell'ineffabile mistero di Dio, ossia
dall'amore del Padre, dalla grazia di Gesù Cristo e dal dono dell'unità
dello Spirito Santo, il presbitero è inserito sacramentalmente nella
comunione con il Vescovo e con gli altri presbiteri,(45) per servire il
Popolo di Dio che è la Chiesa e attrarre tutti a Cristo, secondo la
preghiera del Signore: « Padre santo, custodisci nel tuo nome coloro che
mi hai dato, perché siano una cosa sola, come noi... Come tu, Padre, sei
in me e io in te, siano anch'essi in noi una cosa sola, perché il mondo
creda che tu mi hai mandato ».(46)
Non si può allora definire la natura e la missione del
sacerdozio ministeriale, se non in questa molteplice e ricca trama di
rapporti, che sgorgano dalla Santissima Trinità e si prolungano nella
comunione della Chiesa, come segno e strumento, in Cristo, dell'unione con
Dio e dell'unità di tutto il genere umano.(47) In questo contesto
l'ecclesiologia di comunione diventa decisiva per cogliere l'identità del
presbitero, la sua originale dignità, la sua vocazione e missione nel
Popolo di Dio e nel mondo. Il riferimento alla Chiesa è, perciò,
necessario, anche se non prioritario nella definizione dell'identità del
presbitero. In quanto mistero, infatti, la Chiesa è
essenzialmente relativa a Gesù Cristo: di Lui, infatti, è la pienezza,
il corpo, la sposa. È il « segno » e il « memoriale » vivo della sua
permanente presenza e azione fra noi e per noi. Il presbitero trova la
verità piena della sua identità nell'essere una derivazione, una
partecipazione specifica ed una continuazione di Cristo stesso, sommo e
unico sacerdote della nuova ed eterna Alleanza: egli è un'immagine viva e
trasparente di Cristo sacerdote. Il sacerdozio di Cristo, espressione
della sua assoluta « novità » nella storia della salvezza, costituisce la
fonte unica e il paradigma insostituibile del sacerdozio del cristiano e,
in specie, del presbitero. Il riferimento a Cristo è allora la chiave
assolutamente necessaria per la comprensione delle realtà sacerdotali.
13. Gesù Cristo ha manifestato in se stesso il volto
perfetto e definitivo del sacerdozio della nuova Alleanza:(48) questo ha
fatto in tutta la sua vita terrena, ma soprattutto nell'evento centrale
della sua passione, morte e risurrezione.
Come scrive l'autore della Lettera agli Ebrei, Gesù,
essendo uomo come noi e insieme il Figlio unigenito di Dio, è nel suo
stesso essere mediatore perfetto tra il Padre e l'umanità,(49) Colui che
ci dischiude l'accesso immediato a Dio, grazie al dono dello Spirito: «
Dio ha mandato nei nostri cuori lo Spirito del Figlio suo che grida: Abbà,
Padre! ».(50)
Gesù porta a piena attuazione il suo essere mediatore
attraverso l'offerta di Se stesso sulla croce, con la quale ci apre, una
volta per tutte, l'accesso al santuario celeste, alla casa del Padre.(51)
Al confronto di Gesù, Mosè e tutti i mediatori dell'Antico Testamento tra
Dio e il suo popolo - i re, i sacerdoti e i profeti - si presentano solo
come figure ed ombre dei beni futuri e non come la realtà stessa.(52)
Gesù è il Buon Pastore preannunciato,(53) Colui che
conosce le sue pecore una ad una, che offre la sua vita per loro e che
tutti vuol raccogliere in un solo gregge con un solo pastore.(54) È il
pastore venuto « non per essere servito, ma per servire »,(55) che,
nell'atto pasquale della lavanda dei piedi,(56) lascia ai suoi il modello
del servizio che dovranno avere gli uni verso gli altri e che si offre
liberamente come agnello innocente immolato per la nostra redenzione.(57)
Con l'unico e definitivo sacrificio della croce, Gesù
comunica a tutti i suoi discepoli la dignità e la missione di sacerdoti
della nuova ed eterna Alleanza. Si adempie così la promessa che Dio ha
fatto a Israele: « Voi sarete per me un regno di sacerdoti e una nazione
santa ».(58) È tutto il popolo della nuova Alleanza - scrive San Pietro -
ad essere costituito come « un edificio spirituale », « un sacerdozio
santo, per offrire sacrifici spirituali graditi a Dio per mezzo di Gesù
Cristo ».(59) Sono i battezzati le « pietre vive », che costruiscono
l'edificio spirituale stringendosi a Cristo « pietra viva... scelta e
preziosa davanti a Dio ».(60) Il nuovo popolo sacerdotale che è la Chiesa,
non solo ha in Cristo la propria autentica immagine, ma anche da Lui
riceve una partecipazione reale e ontologica al suo eterno e unico
sacerdozio, al quale deve conformarsi con tutta la sua vita.
14. A servizio di questo sacerdozio universale della
nuova Alleanza, Gesù chiama a sé, nel corso della sua missione terrena,
alcuni discepoli (61) e con un mandato specifico e autorevole chiama e
costituisce i Dodici, affinché « stessero con lui e anche per mandarli a
predicare, e perché avessero il potere di scacciare i demoni ».(62)
Per questo, già durante il suo ministero pubblico (63)
e poi in pienezza dopo la morte e risurrezione,(64) Gesù conferisce a
Pietro e ai Dodici poteri del tutto particolari nei confronti della futura
comunità e per l'evangelizzazione di tutte le genti. Dopo averli chiamati
alla sua sequela, li tiene accanto a sé e vive con loro, impartendo con
l'esempio e con la parola il suo insegnamento di salvezza e, infine, li
manda a tutti gli uomini. E per il compimento di questa missione Gesù
conferisce agli apostoli, in virtù di una specifica effusione pasquale
dello Spirito Santo, la stessa autorità messianica che gli viene dal Padre
e che gli è conferita in pienezza con la risurrezione: « Mi è stato dato
ogni potere in cielo e in terra. Andate dunque e ammaestrate tutte le
nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito
Santo, insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ecco,
io sono con voi tutti i giorni, sino alla fine del mondo ».(65)
Gesù stabilisce così uno stretto collegamento tra il
ministero affidato agli apostoli e la sua propria missione: « Chi accoglie
voi accoglie me, e chi accoglie me accoglie colui che mi ha mandato »;(66)
« Chi ascolta voi ascolta me, chi di- sprezza voi disprezza me. E chi
disprezza me disprezza colui che mi ha mandato ».(67) Anzi, il quarto
vangelo, nella luce dell'evento pasquale della morte e della risurrezione,
afferma con grande forza e chiarezza: « Come il Padre ha mandato me, così
io mando voi ».(68) Come Gesù ha una missione che gli viene direttamente
da Dio e che concretizza l'autorità stessa di Dio,(69) così gli apostoli
hanno una missione che viene loro da Gesù. E come « il Figlio non può fare
nulla da se stesso »,(70) sicché la sua dottrina non è sua ma di colui che
lo ha mandato,(71) così agli apostoli Gesù dice: « Senza di me non potete
far nulla »:(72) la loro missione non è loro, ma è la stessa missione di
Gesù. E ciò è possibile non a partire dalle forze umane, ma solo con il «
dono » di Cristo e del suo Spirito, con il « sacramento »: « Ricevete lo
Spirito Santo; a chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi non li
rimetterete, resteranno non rimessi ».(73) Così, non per qualche loro
merito particolare, ma soltanto per la gratuita partecipazione alla grazia
di Cristo, gli apostoli prolungano nella storia, sino alla consumazione
dei tempi, la stessa missione di salvezza di Gesù a favore degli uomini.
Segno e presupposto dell'autenticità e della fecondità
di questa missione è l'unità degli apostoli con Gesù e, in Lui, tra di
loro e col Padre, come testimonia la preghiera sacerdotale del Signore,
sintesi della sua missione.(74)
15. A loro volta, gli apostoli costituiti dal Signore
assolveranno via via alla loro missione chiamando, in forme diverse ma
alla fine convergenti, altri uomini, come Vescovi, come presbiteri e come
diaconi, per adempiere al mandato di Gesù risorto che li ha inviati a
tutti gli uomini di tutti i tempi.
Il Nuovo Testamento è unanime nel sottolineare che è lo
stesso Spirito di Cristo a introdurre nel ministero questi uomini, scelti
di mezzo ai fratelli. Attraverso il gesto dell'imposizione delle mani,(75)
che trasmette il dono dello Spirito, essi sono chiamati e abilitati a
continuare lo stesso ministero di riconciliare, di pascere il gregge di
Dio e di insegnare.(76)
Pertanto i presbiteri sono chiamati a prolungare la
presenza di Cristo, unico e sommo pastore, attualizzando il suo stile di
vita e facendosi quasi sua trasparenza in mezzo al gregge loro affidato.
Come scrive in modo chiaro e preciso la prima Lettera di Pietro: « Esorto
i presbiteri che sono tra voi, quale com-presbitero,
testimone della sofferenza di Cristo e partecipe della gloria che deve
manifestarsi: pascete il gregge di Dio che vi è affidato, sorvegliandolo
non per forza ma volentieri secondo Dio; non per vile interesse, ma di
buon animo: non spadroneggiando sulle persone a voi affidate, ma facendovi
modelli del gregge. E quando apparirà il pastore supremo, riceverete la
corona della gloria che non appassisce ».(77)
I presbiteri sono, nella Chiesa e per la Chiesa, una
ripresentazione sacramentale di Gesù Cristo Capo e Pastore, ne proclamano
autorevolmente la parola, ne ripetono i gesti di perdono e di offerta
della salvezza, soprattutto col Battesimo, la Penitenza e l'Eucaristia, ne
esercitano l'amorevole sollecitudine, fino al dono totale di sé per il
gregge, che raccolgono nell'unità e conducono al Padre per mezzo di Cristo
nello Spirito. In una parola, i presbiteri esistono ed agiscono per
l'annuncio del Vangelo al mondo e per l'edificazione della Chiesa in nome
e in persona di Cristo Capo e Pastore.(78)
Questo è il modo tipico e proprio con il quale i
ministri ordinati partecipano all'unico sacerdozio di Cristo. Lo Spirito
Santo mediante l'unzione sacramentale dell'Ordine li configura, ad un
titolo nuovo e specifico, a Gesù Cristo Capo e Pastore, li conforma ed
anima con la sua carità pastorale e li pone nella Chiesa nella condizione
autorevole di servi dell'annuncio del Vangelo ad ogni creatura e di servi
della pienezza della vita cristiana di tutti i battezzati.
La verità del presbitero quale emerge dalla Parola di
Dio, ossia da Gesù Cristo stesso e dal suo disegno costitutivo della
Chiesa, viene così cantata con gioiosa gratitudine dalla Liturgia nel
Prefazio della Messa del Crisma: « Con l'unzione dello Spirito Santo hai
costituito il Cristo tuo Figlio Pontefice della nuova ed eterna alleanza,
e hai voluto che il suo unico sacerdozio fosse perpetuato nella Chiesa.
Egli comunica il sacerdozio regale a tutto il popolo dei redenti, e con
affetto di predilezione sceglie alcuni tra i fratelli che mediante
l'imposizione delle mani fa partecipi del suo ministero di salvezza. Tu
vuoi che nel suo nome rinnovino il sacrificio redentore, preparino ai tuoi
figli la mensa pasquale, e, servi premurosi del tuo popolo, lo nutrano con
la tua parola e lo santifichino con i sacramenti. Tu proponi loro come
modello il Cristo, perché, donando la vita per te e per i fratelli, si
sforzino di conformarsi all'immagine del tuo Figlio, e rendano
testimonianza di fedeltà e di amore generoso ».
16. Il sacerdote ha come sua relazione fondamentale
quella con Gesù Cristo Capo e Pastore: egli, infatti, partecipa, in modo
specifico e autorevole, alla « consacrazioneunzione » e alla « missione »
di Cristo.(79) Ma, intimamente intrecciata con questa relazione, sta
quella con la Chiesa. Non si tratta di « relazioni » semplicemente
accostate tra loro, ma interiormente unite in una specie di mutua
immanenza. Il riferimento alla Chiesa è iscritto nell'unico e medesimo
riferimento del sacerdote a Cristo, nel senso che è la « rappresentanza
sacramentale » di Cristo a fondare e ad animare il riferimento del
sacerdote alla Chiesa.
In questo senso i Padri sinodali hanno scritto: « In
quanto rappresenta Cristo capo, pastore e sposo della Chiesa, il sacerdote
si pone non soltanto nella Chiesa ma anche di fronte alla Chiesa.
Il sacerdozio, unitamente alla Parola di Dio e ai segni sacramentali di
cui è al servizio, appartiene agli elementi costitutivi della Chiesa. Il
ministero del presbitero è totalmente a favore della Chiesa; è per la
promozione dell'esercizio del sacerdozio comune di tutto il popolo di Dio;
è ordinato non solo alla Chiesa particolare, ma anche alla Chiesa
universale,(80) in comunione con il Vescovo, con Pietro e sotto Pietro.
Mediante il sacerdozio del Vescovo, il sacerdozio di secondo ordine è
incorporato nella struttura apostolica della Chiesa. Così il presbitero
come gli apostoli funge da ambasciatore per Cristo.(81) In questo si fonda
l'indole missionaria di ogni sacerdote ».(82)
Il ministero ordinato sorge dunque con la Chiesa ed ha
nei Vescovi, e in riferimento e comunione con essi nei presbiteri, un
particolare rapporto al ministero originario degli apostoli, al quale
realmente succede, anche se rispetto ad esso assume modalità diverse di
esistenza.
Non si deve allora pensare al sacerdozio ordinato come
se fosse anteriore alla Chiesa, perché è totalmente al servizio della
Chiesa stessa; ma neppure come se fosse posteriore alla comunità
ecclesiale, quasi che questa possa essere concepita come già costituita
senza tale sacerdozio.
La relazione del sacerdote con Gesù Cristo e, in Lui,
con la sua Chiesa si situa nell'essere stesso del sacerdote, in
forza della sua consacrazioneunzione sacramentale, e nel suo agire,
ossia nella sua missione o ministero. In particolare « il sacerdote
ministro è servitore di Cristo presente nella Chiesa mistero, comunione
e missione. Per il fatto di partecipare all'"unzione" e alla
"missione" di Cristo, egli può prolungare nella Chiesa la sua preghiera,
la sua parola, il suo sacrificio, la sua azione salvifica. È dunque
servitore della Chiesa mistero perché attua i segni ecclesiali e
sacramentali della presenza di Cristo risorto. È servitore della Chiesa
comunione perché - unito al Vescovo e in stretto rapporto con il
presbiterio - costruisce l'unità della comunità ecclesiale nell'armonia
delle diverse vocazioni, carismi e servizi. È, infine, servitore della
Chiesa missione perché rende la comunità annunciatrice e testimone del
Vangelo ».(83)
Così, per la sua stessa natura e missione sacramentale,
il sacerdote appare, nella struttura della Chiesa, come segno della
priorità assoluta e della gratuità della grazia, che alla Chiesa viene
donata dal Cristo risorto. Per mezzo del sacerdozio ministeriale la Chiesa
prende coscienza, nella fede, di non essere da se stessa, ma dalla grazia
di Cristo nello Spirito Santo. Gli apostoli e i loro successori, quali
detentori di un'autorità che viene loro da Cristo Capo e Pastore, sono
posti - col loro ministero - di fronte alla Chiesa come
prolungamento visibile e segno sacramentale di Cristo nel suo stesso stare
di fronte alla Chiesa e al mondo, come origine permanente e sempre nuova
della salvezza, « lui che è il salvatore del suo corpo ».(84)
17. Il ministero ordinato, in forza della sua stessa
natura, può essere adempiuto solo in quanto il presbitero è unito con
Cristo mediante l'inserimento sacramentale nell'ordine presbiterale e
quindi in quanto è nella comunione gerarchica con il proprio Vescovo. Il
ministero ordinato ha una radicale « forma comunitaria » e può
essere assolto solo come « un'opera collettiva ».(85) Su questa natura
comunionale del sacerdozio si è soffermato a lungo il Concilio,(86)
esaminando distintamente il rapporto del presbitero con il proprio
Vescovo, con gli altri presbiteri e con i fedeli laici.
Il ministero dei presbiteri è innanzi tutto comunione e
collaborazione responsabile e necessaria al ministero del Vescovo, nella
sollecitudine per la Chiesa universale e per le singole Chiese
particolari, a servizio delle quali essi costituiscono con il Vescovo un
unico presbiterio.
Ciascun sacerdote, sia diocesano che religioso, è unito
agli altri membri di questo presbiterio, sulla base del sacramento
dell'Ordine, da particolari vincoli di carità apostolica, di ministero e
di fraternità. Tutti i presbiteri infatti, sia diocesani sia religiosi,
partecipano all'unico sacerdozio di Cristo Capo e Pastore, « lavorano per
la stessa causa, cioè per l'edificazione del corpo di Cristo, la quale
esige molteplici funzioni e nuovi adattamenti, soprattutto in questi tempi
»,(87) e si arricchisce nel corso dei secoli di sempre nuovi carismi.
I presbiteri, infine, poiché la loro figura e il loro
compito nella Chiesa non sostituiscono, bensì promuovono il sacerdozio
battesimale di tutto il popolo di Dio, conducendolo alla sua piena
attuazione ecclesiale, si trovano in relazione positiva e promovente con i
laici. Della loro fede, speranza e carità sono al servizio. Ne riconoscono
e sostengono, come fratelli ed amici, la dignità di figli di Dio e li
aiutano ad esercitare in pienezza il loro ruolo specifico nell'ambito
della missione della Chiesa.(88)
Il sacerdozio ministeriale conferito dal sacramento
dell'Ordine e quello comune o « regale » dei fedeli, che differiscono tra
loro per essenza e non solo per grado,(89) sono tra loro coordinati,
derivando entrambi - in forme diverse - dall'unico sacerdozio di Cristo.
Il sacerdozio ministeriale, infatti, non significa di per sé un maggiore
grado di santità rispetto al sacerdozio comune dei fedeli; ma, attraverso
di esso, ai presbiteri è dato da Cristo nello Spirito un particolare dono,
perché possano aiutare il Popolo di Dio ad esercitare con fedeltà e
pienezza il sacerdozio comune che gli è conferito.(90)
18. Come sottolinea il Concilio, « il dono spirituale
che i presbiteri hanno ricevuto nell'ordinazione non li prepara a una
missione limitata e ristretta, bensì a una vastissima e universale
missione di salvezza sino agli ultimi confini della terra, dato che
qualunque ministero sacerdotale partecipa della stessa ampiezza universale
della missione affidata da Cristo agli apostoli ».(91) Per la natura
stessa del loro ministero, essi debbono dunque essere penetrati e animati
di un profondo spirito missionario e « di quello spirito veramente
cattolico che li abitua a guardare oltre i confini della propria diocesi,
nazione o rito, e ad andare incontro alle necessità della Chiesa intera,
pronti nel loro animo a predicare dovunque il Vangelo ».(92)
Inoltre, proprio perché all'interno della vita della
Chiesa è l'uomo della comunione, il presbitero dev'essere, nel rapporto
con tutti gli uomini, l'uomo della missione e del dialogo. Profondamente
radicato nella verità e nella carità di Cristo, e animato dal desiderio e
dall'imperativo di annunciare a tutti la sua salvezza, egli è chiamato a
intessere rapporti di fraternità, di servizio, di comune ricerca della
verità, di promozione della giustizia e della pace, con tutti gli uomini.
In primo luogo con i fratelli delle altre Chiese e confessioni cristiane;
ma anche con i fedeli delle altre religioni; con gli uomini di buona
volontà, in special modo con i poveri e i più deboli, e con tutti coloro
che anelano, anche senza saperlo ed esprimerlo, alla verità e alla
salvezza di Cristo, secondo la parola di Gesù che ha detto: « Non sono i
sani che hanno bisogno del medico, ma i malati; non sono venuto per
chiamare i giusti, ma i peccatori ».(93)
Oggi, in particolare, il prioritario compito pastorale
della nuova evangelizzazione, che investe tutto il Popolo di Dio e postula
un nuovo ardore, nuovi metodi e una nuova espressione per l'annuncio e la
testimonianza del Vangelo, esige dei sacerdoti radicalmente e
integralmente immersi nel mistero di Cristo e capaci di realizzare un
nuovo stile di vita pastorale, segnato dalla profonda comunione con il
Papa, i Vescovi e tra di loro, e da un feconda collaborazione con i fedeli
laici, nel rispetto e nella promozione dei diversi ruoli, carismi e
ministeri all'interno della comunità ecclesiale.(94)
« Oggi si è adempiuta questa scrittura che voi avete
udita con i vostri orecchi ».(95) Ascoltiamo, ancora una volta, queste
parole di Gesù, alla luce del sacerdozio ministeriale che abbiamo
presentato nella sua natura e missione. L'« oggi » di cui parla Gesù,
proprio perché appartiene alla « pienezza del tempo », ossia al tempo
della salvezza piena e definitiva, indica il tempo della Chiesa. La
consacrazione e la missione di Cristo: « Lo Spirito del Signore... mi ha
consacrato con l'unzione, e mi ha mandato per annunziare ai poveri un
lieto messaggio... »,(96) sono la radice viva da cui germogliano la
consacrazione e la missione della Chiesa, « pienezza » di Cristo:(97) con
la rigenerazione battesimale, su tutti i credenti si effonde lo Spirito
del Signore, che li consacra a formare un tempio spirituale e un
sacerdozio santo e li manda a far conoscere i prodigi di Colui che dalle
tenebre li ha chiamati all'ammirabile sua luce.(98) Il presbitero
partecipa alla consacrazione e alla missione di Cristo in modo specifico e
autorevole, ossia mediante il sacramento dell'Ordine, in virtù del
quale è configurato nel suo essere a Gesù Cristo Capo e Pastore e
condivide la missione di « annunciare ai poveri un lieto messaggio » nel
nome e nella persona di Cristo stesso.
Nel loro Messaggio finale i Padri sinodali hanno
compendiato in poche ma quanto mai ricche parole la « verità », meglio, il
« mistero » e il « dono » del sacerdozio ministeriale, dicendo: « La
nostra identità ha la sua sorgente ultima nella carità del Padre. Al
Figlio da Lui mandato, Sacerdote Sommo e buon Pastore, siamo uniti
sacramentalmente con il sacerdozio ministeriale per l'azione dello Spirito
Santo. La vita e il ministero del sacerdote sono continuazione della vita
e dell'azione dello stesso Cristo. Questa è la nostra identità, la nostra
vera dignità, la sorgente della nostra gioia, la certezza della nostra
vita ».(99)
CAPITOLO III
LO SPIRITO DEL SIGNORE E'
SOPRA DI ME
La vita spirituale del sacerdote
19. « Lo Spirito del Signore è sopra di me ».(100) Lo
Spirito non sta semplicemente « sopra » il Messia, ma lo « riempie », lo
penetra, lo raggiunge nel suo essere ed operare. Lo Spirito, infatti, è il
principio della « consacrazione » e della « missione » del Messia: « per
questo mi ha consacrato con l'unzione, e mi ha mandato per annunziare ai
poveri un lieto messaggio... ».(101) In forza dello Spirito, Gesù
appartiene totalmente ed esclusivamente a Dio, partecipa all'infinita
santità di Dio che lo chiama, lo elegge e lo manda. Così lo Spirito del
Signore si rivela fonte di santità e appello alla santificazione.
Questo stesso « Spirito del Signore » è « sopra »
l'intero popolo di Dio, che viene costituito come popolo « consacrato » a
Dio e da Dio « mandato » per l'annuncio del Vangelo che salva. Dallo
Spirito i membri del Popolo di Dio sono « inebriati » e « segnati » (102)
e chiamati alla santità.
In particolare, lo Spirito ci rivela e ci comunica
la vocazione fondamentale che il Padre dall'eternità rivolge a tutti:
la vocazione ad essere « santi e immacolati al suo cospetto nella
carità », in virtù della predestinazione « a essere suoi figli adottivi
per opera di Gesù Cristo ».(103) Non solo. Rivelandoci e comunicandoci
questa vocazione, lo Spirito si fa in noi principio e risorsa della sua
realizzazione: lui, lo Spirito del Figlio,(104) ci conforma a Cristo
Gesù e ci rende partecipi della sua vita filiale, ossia della sua carità
verso il Padre e verso i fratelli. « Se viviamo dello Spirito, camminiamo
anche secondo lo Spirito ».(105) Con queste parole l'apostolo Paolo ci
ricorda che l'esistenza cristiana è « vita spirituale », ossia vita
animata e guidata dallo Spirito verso la santità o perfezione della
carità.
L'affermazione del Concilio: « Tutti i fedeli di
qualsiasi stato o grado sono chiamati alla pienezza della vita cristiana e
alla perfezione della carità » (106) trova una sua particolare
applicazione per i presbiteri: essi sono chiamati non solo in quanto
battezzati, ma anche e specificamente in quanto presbiteri, ossia ad un
titolo nuovo e con modalità originali, derivanti dal sacramento
dell'Ordine.
20. Della « vita spirituale » dei presbiteri e del dono
e della responsabilità di divenire « santi » il Decreto conciliare sul
ministero e sulla vita sacerdotale ci offre una sintesi quanto mai ricca e
stimolante: « Con il sacramento dell'Ordine i presbiteri si configurano a
Cristo sacerdote come ministri del Capo, allo scopo di far crescere ed
edificare tutto il Corpo che è la Chiesa, in qualità di cooperatori
dell'ordine episcopale. Già fin dalla consacrazione del Battesimo, essi,
come tutti i fedeli, hanno ricevuto il segno e il dono di una vocazione e
di una grazia così grande che, pur nell'umana debolezza, possono e devono
tendere alla perfezione, secondo quanto ha detto il Signore: "Siate dunque
perfetti così come il Padre vostro celeste è perfetto".(107) Ma i
sacerdoti sono specialmente obbligati a tendere a questa perfezione,
poiché essi - che hanno ricevuto una nuova consacrazione a Dio mediante
l'ordinazione - vengono elevati alla condizione di strumenti vivi di
Cristo eterno Sacerdote, per proseguire nel tempo la sua mirabile opera,
che ha reintegrato con divina efficacia l'intero genere umano. Dato quindi
che ogni sacerdote, nel modo che gli è proprio, agisce a nome e nella
persona di Cristo stesso, fruisce anche di una grazia speciale, in virtù
della quale, mentre è al servizio della gente che gli è affidata e di
tutto il Popolo di Dio, egli può avvicinarsi più efficacemente alla
perfezione di Colui del quale è rappresentante, e l'umana debolezza della
carne viene sanata dalla santità di Lui, il quale è fatto per noi
pontefice "santo, innocente, incontaminato, segregato dai peccatori" (108)
».(109)
Il Concilio afferma, anzitutto, la vocazione «
comune » alla santità. Questa vocazione si radica nel Battesimo, che
caratterizza il presbitero come un « fedele » (Christifidelis),
come « fratello tra fratelli », inserito e unito con il Popolo di Dio,
nella gioia di condividere i doni della salvezza (110) e nell'impegno
comune di camminare « secondo lo Spirito », seguendo l'unico Maestro e
Signore. Ricordiamo la celebre parola di Sant'Agostino: « Per voi sono
vescovo, con voi sono cristiano. Quello è nome di un ufficio assunto,
questo di grazia; quello è nome di pericolo, questo di salvezza ».(111)
Con identica chiarezza il testo conciliare parla anche
di una vocazione « specifica » alla santità, più precisamente di
una vocazione che si fonda sul sacramento dell'Ordine, quale sacramento
proprio e specifico del sacerdote, in forza dunque di una nuova
consacrazione a Dio mediante l'ordinazione. A questa vocazione specifica
allude ancora Sant'Agostino, che all'affermazione « Per voi sono vescovo,
con voi sono cristiano », fa seguire queste altre parole: « Se dunque mi è
causa di maggior gioia l'essere stato con voi riscattato che l'esservi
posto a capo, seguendo il comando del Signore, mi dedicherò col massimo
impegno a servirvi, per non essere ingrato a chi mi ha riscattato con quel
prezzo che mi ha fatto vostro conservo ».(112)
Il testo del Concilio procede oltre segnalando alcuni
elementi necessari a definire il contenuto della « specificità » della
vita spirituale dei presbiteri. Sono elementi che si connettono con la «
consacrazione » propria dei presbiteri, che li configura a Gesù Cristo
Capo e Pastore della Chiesa; con la « missione » o ministero tipico degli
stessi presbiteri, che li abilita e li impegna ad essere strumenti vivi di
Cristo eterno Sacerdote e ad agire « nel nome e nella persona di Cristo
stesso »; con la loro intera « vita », chiamata a manifestare e a
testimoniare in modo originale il « radicalismo evangelico ».113
21. Mediante la consacrazione sacramentale, il
sacerdote è configurato a Gesù Cristo in quanto Capo e Pastore della
Chiesa e riceve in dono un « potere spirituale » che è partecipazione
all'autorità con la quale Gesù Cristo mediante il suo Spirito guida la
Chiesa.114
Grazie a questa consacrazione operata dallo Spirito
nell'effusione sacramentale dell'Ordine, la vita spirituale del sacerdote
viene improntata, plasmata, connotata da quegli atteggiamenti e
comportamenti che sono propri di Gesù Cristo Capo e Pastore della Chiesa e
che si compendiano nella sua carità pastorale.
Gesù Cristo è Capo della Chiesa, suo Corpo. È «
Capo » nel senso nuovo e originale dell'essere servo, secondo le sue
stesse parole: « Il Figlio dell'uomo infatti non è venuto per essere
servito, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti ».115
Il servizio di Gesù giunge a pienezza con la morte in croce, ossia con il
dono totale di sé, nell'umiltà e nell'amore: « Spogliò se stesso,
assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini; apparso
in forma umana, umiliò se stesso, facendosi obbediente fino alla morte e
alla morte di croce... ».116 L'autorità di Gesù Cristo Capo coincide
dunque con il suo servizio, con il suo dono, con la sua dedizione totale,
umile e amorosa nei riguardi della Chiesa. E questo in perfetta obbedienza
al Padre: egli è l'unico vero Servo sofferente del Signore, insieme
Sacerdote e Vittima.
Da questo preciso tipo di autorità, ossia dal servizio
verso la Chiesa, viene animata e vivificata l'esistenza spirituale di ogni
sacerdote, proprio come esigenza della sua configurazione a Gesù Cristo
Capo e servo della Chiesa.117 Così Sant'Agostino ammoniva un vescovo nel
giorno della sua ordinazione: « Chi è capo del popolo deve per prima cosa
rendersi conto che egli è il servo di molti. E non disdegni di esserlo,
ripeto, non disdegni di essere il servo di molti, poiché non disdegnò di
farsi nostro servo il Signore dei signori ».118
La vita spirituale dei ministri del Nuovo Testamento
dovrà essere improntata, dunque, a questo essenziale atteggiamento di
servizio al popolo di Dio,119 scevro da ogni presunzione e da ogni
desiderio di « spadroneggiare » sul gregge affidato.120 Un servizio fatto
di buon animo, secondo Dio e volentieri: in questo modo i ministri, gli «
anziani » della comunità, cioè i presbiteri, potranno essere « modello »
del gregge, che, a sua volta, è chiamato ad assumere nei confronti del
mondo intero questo atteggiamento sacerdotale di servizio alla pienezza
della vita dell'uomo e alla sua liberazione integrale.
22. L'immagine di Gesù Cristo Pastore della Chiesa,
suo gregge, riprende e ripropone, con nuove e più suggestive
sfumature, gli stessi contenuti di quella di Gesù Cristo Capo e servo.
Inverando l'annuncio profetico del Messia Salvatore, cantato gioiosamente
dal salmista e dal profeta Ezechiele,121 Gesù si autopresenta come il «
buon Pastore » 122 non solo di Israele, ma di tutti gli uomini.123 E la
sua vita è ininterrotta manifestazione, anzi quotidiana realizzazione
della sua « carità pastorale »: sente compassione delle folle, perché sono
stanche e sfinite, come pecore senza pastore;124 cerca le smarrite e le
disperse 125 e fa festa per il loro ritrovamento, le raccoglie e le
difende, le conosce e le chiama ad una ad una,126 le conduce ai pascoli
erbosi e alle acque tranquille,127 per loro imbandisce una mensa,
nutrendole con la sua stessa vita. Questa vita il buon Pastore offre con
la sua morte e risurrezione, come la liturgia romana della Chiesa canta: «
È risorto il Pastore buono che ha dato la vita per le sue pecorelle, e per
il suo gregge è andato incontro alla morte. Alleluia ».128
Pietro chiama Gesù il « Principe dei pastori »,129
perché la sua opera e missione continuano nella Chiesa attraverso gli
apostoli 130 e i loro successori131 e attraverso i presbiteri. In forza
della loro consacrazione, i presbiteri sono configurati a Gesù Buon
Pastore e sono chiamati a imitare e a rivivere la sua stessa carità
pastorale.
Il donarsi di Cristo alla Chiesa, frutto del suo amore,
si connota di quella dedizione originale che è propria dello sposo nei
riguardi della sposa, come più volte suggeriscono i testi sacri. Gesù è
il vero Sposo che offre il vino della salvezza alla Chiesa.132 Lui,
che è il « capo della Chiesa... e il salvatore del suo corpo »,133 « ha
amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei, per renderla santa,
purificandola per mezzo del lavacro dell'acqua accompagnato dalla parola,
al fine di farsi comparire davanti la sua Chiesa tutta gloriosa, senza
macchia né ruga o alcunché di simile, ma santa e immacolata ».134 La
Chiesa è sì il corpo, nel quale è presente e operante Cristo Capo, ma è
anche la Sposa, che scaturisce come nuova Eva dal costato aperto del
Redentore sulla croce: per questo Cristo sta « davanti » alla Chiesa, « la
nutre e la cura » 135 con il dono della sua vita per lei. Il sacerdote è
chiamato ad essere immagine viva di Gesù Cristo Sposo della Chiesa:136
certamente egli rimane sempre parte della comunità come credente, insieme
a tutti gli altri fratelli e sorelle convocati dallo Spirito, ma in forza
della sua configurazione a Cristo Capo e Pastore si trova in tale
posizione sponsale di fronte alla comunità. « In quanto ripresenta Cristo
capo, pastore e sposo della Chiesa, il sacerdote si pone non solo nella
Chiesa ma anche di fronte alla Chiesa ».137 È chiamato, pertanto, nella
sua vita spirituale a rivivere l'amore di Cristo sposo nei riguardi della
Chiesa sposa. La sua vita dev'essere illuminata e orientata anche da
questo tratto sponsale, che gli chiede di essere testimone dell'amore
sponsale di Cristo, di essere quindi capace di amare la gente con cuore
nuovo, grande e puro, con autentico distacco da sé, con dedizione piena,
continua e fedele, e insieme con una specie di « gelosia » divina,138 con
una tenerezza che si riveste persino delle sfumature dell'affetto materno,
capace di farsi carico dei « dolori del parto » finché « Cristo non sia
formato » nei fedeli.139
23. Il principio interiore, la virtù che anima e guida
la vita spirituale del presbitero in quanto configurato a Cristo Capo e
Pastore è la carità pastorale, partecipazione della stessa carità
pastorale di Gesù Cristo: dono gratuito dello Spirito Santo, e
nello stesso tempo compito e appello alla risposta libera e
responsabile del presbitero.
Il contenuto essenziale della carità pastorale è il
dono di sé, il totale dono di sé alla Chiesa, ad
immagine e in condivisione con il dono di Cristo. « La carità pastorale è
quella virtù con la quale noi imitiamo Cristo nella sua donazione di sé e
nel suo servizio. Non è soltanto quello che facciamo, ma il dono di noi
stessi, che mostra l'amore di Cristo per il suo gregge. La carità
pastorale determina il nostro modo di pensare e di agire, il nostro modo
di rapportarci alla gente. E risulta particolarmente esigente per noi... ».140
Il dono di sé, radice e sintesi della carità pastorale,
ha come destinataria la Chiesa. Così è stato di Cristo che « ha amato la
Chiesa e ha dato se stesso per lei »;141 così dev'essere del sacerdote.
Con la carità pastorale che impronta l'esercizio del ministero sacerdotale
come « amoris officium »,142 « il sacerdote, che accoglie la
vocazione al ministero, è in grado di fare di questo una scelta di amore,
per cui la Chiesa e le anime diventano il suo interesse principale e, con
tale spiritualità concreta, diventa capace di amare la Chiesa universale e
quella porzione di essa, che gli è affidata, con tutto lo slancio di uno
sposo verso la sposa ».143 Il dono di sé non ha confini, essendo segnato
dallo stesso slancio apostolico e missionario di Cristo, del buon Pastore,
che ha detto: « E ho altre pecore che non sono di quest'ovile; anche
queste io devo condurre; ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo
gregge e un solo pastore ».144
All'interno della comunità ecclesiale, la carità
pastorale del sacerdote sollecita ed esige in un modo particolare e
specifico il suo rapporto personale con il presbiterio, unito nel e con il
Vescovo, come esplicitamente scrive il Concilio: « La carità pastorale
esige che i presbiteri, se non vogliono correre invano, lavorino sempre
nel vincolo della comunione con i Vescovi e gli altri fratelli nel
sacerdozio ».145
Il dono di sé alla Chiesa la riguarda in quanto essa è
il corpo e la sposa di Gesù Cristo. Per questo la carità del
sacerdote si riferisce primariamente a Gesù Cristo: solo se ama e serve
Cristo Capo e Sposo, la carità diventa fonte, criterio, misura, impulso
dell'amore e del servizio del sacerdote alla Chiesa, corpo e sposa di
Cristo. È stata questa la coscienza limpida e forte dell'apostolo Paolo,
che ai cristiani della Chiesa di Corinto scrive: « Quanto a noi, siamo i
vostri servitori per amore di Gesù ».146 È questo, soprattutto,
l'insegnamento esplicito e programmatico di Gesù quando affida a Pietro il
ministero di pascere il gregge solo dopo la sua triplice attestazione di
amore, anzi di un amore di predilezione: « Gli disse per la terza volta:
"Simone di Giovanni, mi vuoi bene?". Pietro gli disse: "Signore, tu sai
tutto; tu sai che ti voglio bene". Gli rispose Gesù: "Pasci le mie
pecorelle..." ».147 La carità pastorale, che ha la sua sorgente specifica
nel sacramento dell'Ordine, trova la sua espressione piena e il suo
supremo alimento nell'Eucaristia: « Questa carità pastorale -
leggiamo nel Concilio - scaturisce soprattutto dal sacrificio eucaristico,
il quale risulta quindi il centro e la radice di tutta la vita del
presbitero, cosicché l'anima sacerdotale si studia di rispecchiare in sé
ciò che viene realizzato sull'altare ».148 È nell'Eucaristia, infatti, che
viene ripresentato, ossia fatto di nuovo presente il sacrificio della
croce, il dono totale di Cristo alla sua Chiesa, il dono del suo corpo
dato e del suo sangue sparso, quale suprema testimonianza del suo essere
Capo e Pastore, Servo e Sposo della Chiesa. Proprio per questo, la carità
pastorale del sacerdote non solo scaturisce dall'Eucaristia, ma trova
nella celebrazione di questa la sua più alta realizzazione, così come
dall'Eucaristia riceve la grazia e la responsabilità di connotare in senso
« sacrificale » la sua intera esistenza.
Questa stessa carità pastorale costituisce il
principio interiore e dinamico capace di unificare le molteplici e diverse
attività del sacerdote. Grazie ad essa può trovare risposta
l'essenziale e permanente esigenza dell'unità tra la vita interiore e le
tante azioni e responsabilità del ministero, esigenza quanto mai urgente
in un contesto socio-culturale ed ecclesiale fortemente segnato dalla
complessità, dalla frammentarietà e dalla dispersività. Solo la
concentrazione di ogni istante e di ogni gesto attorno alla scelta
fondamentale e qualificante di « dare la vita per il gregge » può
garantire questa unità vitale, indispensabile per l'armonia e per
l'equilibrio spirituale del sacerdote: « L'unità di vita - ci ricorda il
Concilio - può essere raggiunta dai presbiteri seguendo nello svolgimento
del loro ministero l'esempio di Cristo Signore, il cui cibo era il
compimento della volontà di colui che lo aveva inviato a realizzare la sua
opera... Così, rappresentando il buon Pastore, nello stesso esercizio
pastorale della carità troveranno il vincolo della perfezione sacerdotale
che realizzerà l'unità nella loro vita e attività ».149
24. Lo Spirito del Signore ha consacrato Cristo e lo ha
mandato ad annunciare il Vangelo.150 La missione non è un elemento
esteriore e giustapposto alla consacrazione, ma ne costituisce la
destinazione intrinseca e vitale: la consacrazione è per la missione.
Così, non solo la consacrazione, ma anche la missione sta sotto il
segno dello Spirito, sotto il suo influsso santificatore.
Così è stato di Gesù. Così è stato degli apostoli e dei
loro successori. Così è dell'intera Chiesa e in essa dei presbiteri: tutti
ricevono lo Spirito come dono e appello di santificazione all'interno e
attraverso il compimento della missione.151
Esiste dunque un intimo rapporto tra la vita spirituale
del presbitero e l'esercizio del suo ministero,152 rapporto che il
Concilio così esprime: « Esercitando il ministero dello Spirito e della
giustizia essi (presbiteri) vengono consolidati nella vita dello spirito,
a condizione però che siano docili agli insegnamenti dello Spirito di
Cristo che li vivifica e li conduce. I presbiteri, infatti, sono ordinati
alla perfezione della vita in forza delle stesse azioni che svolgono
quotidianamente, come anche di tutto il loro ministero, che esercitano in
stretta unione con il Vescovo e tra di loro. Ma la stessa santità dei
presbiteri, a sua volta, contribuisce moltissimo al compimento efficace
del loro ministero ».153
« Vivi il mistero che è posto nelle tue mani »!
È questo l'invito, il monito che la Chiesa rivolge al presbitero nel rito
dell'ordinazione, quando gli vengono consegnate le offerte del popolo
santo per il sacrificio eucaristico. Il « mistero », di cui il presbitero
è dispensatore,154 è, in definitiva, Gesù Cristo stesso, che nello Spirito
è sorgente di santità e appello alla santificazione. Il « mistero » chiede
di essere inserito nella vita vissuta del presbitero. Per questo esige
grande vigilanza e viva consapevolezza. È ancora il rito dell'ordinazione
a far precedere le parole ricordate dalla raccomandazione: « Renditi conto
di ciò che farai ». Già Paolo ammoniva il vescovo Timoteo: « Non
trascurare il dono spirituale che è in te ».155
Il rapporto tra la vita spirituale e l'esercizio del
ministero sacerdotale può trovare una sua spiegazione anche a partire
dalla carità pastorale donata dal sacramento dell'Ordine. Il ministero del
sacerdote, proprio perché è una partecipazione al ministero salvifico di
Gesù Cristo Capo e Pastore, non può non riesprimere e rivivere quella sua
carità pastorale che insieme è la sorgente e lo spirito del suo servizio e
del suo dono di sé. Nella sua realtà oggettiva il ministero sacerdotale è
« amoris officium », secondo la citata espressione di Sant'Agostino:
proprio questa realtà oggettiva si pone come fondamento e appello per un
ethos corrispondente, che non può essere se non quello di vivere l'amore,
come rileva lo stesso Sant'Agostino: « Sit amoris officium pascere
dominicum gregem ».156 Tale ethos, e quindi la vita spirituale,
altro non è che l'accoglienza nella coscienza e nella libertà, e pertanto
nella mente, nel cuore, nelle decisioni e nelle azioni, della « verità »
del ministero sacerdotale come « amoris officium ».
25. È essenziale, per una vita spirituale che si
sviluppa attraverso l'esercizio del ministero, che il sacerdote rinnovi
continuamente e approfondisca sempre più la coscienza di essere
ministro di Gesù Cristo in forza della consacrazione sacramentale e
della configurazione a Lui Capo e Pastore della Chiesa.
Una simile coscienza non soltanto corrisponde alla vera
natura della missione che il sacerdote svolge a favore della Chiesa e
dell'umanità, ma decide anche della vita spirituale del sacerdote che
compie quella missione. Il sacerdote, infatti, viene scelto da Cristo non
come una « cosa », bensì come una « persona »: egli non è uno strumento
inerte e passivo ma uno « strumento vivo », come si esprime il Concilio,
proprio là dove parla dell'obbligo di tendere alla perfezione.157 È ancora
il Concilio a parlare dei sacerdoti come di « soci e collaboratori » di
Dio « santo e santificatore ».158
In tale senso nell'esercizio del ministero è
profondamente coinvolta la persona cosciente, libera e responsabile del
sacerdote. Il legame con Gesù Cristo, che la consacrazione e
configurazione del sacramento dell'Ordine assicurano, fonda ed esige nel
sacerdote un ulteriore legame che è dato dalla « intenzione », ossia dalla
volontà cosciente e libera di fare, mediante il gesto ministeriale, ciò
che intende fare la Chiesa. Un simile legame tende, per sua natura, a
farsi il più ampio e il più profondo possibile, investendo la mente, i
sentimenti, la vita, ossia una serie di « disposizioni » morali e
spirituali corrispondenti ai gesti ministeriali che il sacerdote pone.
Non c'è dubbio che l'esercizio del ministero
sacerdotale, in specie la celebrazione dei Sacramenti, riceve la sua
efficacia di salvezza dall'azione stessa di Gesù Cristo resa presente nei
Sacramenti. Ma per un disegno divino, che vuole esaltare l'assoluta
gratuità della salvezza facendo dell'uomo un « salvato » e insieme un «
salvatore » - sempre e solo con Gesù Cristo -, l'efficacia dell'esercizio
del ministero è condizionata anche dalla maggior o minor accoglienza e
partecipazione umana.159 In particolare, la maggiore o minore santità del
ministro influisce realmente sull'annuncio della Parola, sulla
celebrazione dei Sacramenti, sulla guida della comunità nella carità. È
quanto afferma con chiarezza il Concilio: « La stessa santità dei
presbiteri ... contribuisce moltissimo al compimento efficace del loro
ministero: infatti, se è vero che la grazia di Dio può realizzare l'opera
della salvezza anche attraverso ministri indegni, ciò nondimeno Dio,
ordinariamente, preferisce manifestare le sue grandezze attraverso coloro
i quali, fattisi più docili agli impulsi e alla direzione dello Spirito
Santo, possono dire con l'apostolo, grazie alla propria intima unione con
Cristo e alla santità di vita: "Ormai non sono più io che vivo, bensì è
Cristo che vive in me"160 ».161
La coscienza di essere ministro di Gesù Cristo Capo e
Pastore comporta anche la coscienza grata e gioiosa di una singolare
grazia ricevuta da Gesù Cristo: la grazia di essere stato scelto
gratuitamente dal Signore come « strumento vivo » dell'opera della
salvezza. Questa scelta testimonia l'amore di Gesù Cristo per il
sacerdote. Proprio quest'amore, come e più d'ogni altro amore, esige la
corrispondenza. Dopo la sua risurrezione, Gesù pone a Pietro la
fondamentale domanda sull'amore: « Simone di Giovanni, mi vuoi bene tu più
di costoro? ». E alla risposta di Pietro segue l'affidamento della
missione: « Pasci i miei agnelli ».162 Gesù chiede a Pietro se lo ami,
prima di e per potergli consegnare il suo gregge. Ma, in realtà, è l'amore
libero e preveniente di Gesù stesso a originare la sua richiesta
all'apostolo e l'affidamento a lui delle « sue » pecore. Così ogni gesto
ministeriale, mentre conduce ad amare e a servire la Chiesa, spinge a
maturare sempre più nell'amore e nel servizio a Gesù Cristo Capo, Pastore
e Sposo della Chiesa, un amore che si configura sempre come risposta a
quello preveniente, libero e gratuito di Dio in Cristo. A sua volta, la
crescita dell'amore a Gesù Cristo determina la crescita dell'amore alla
Chiesa: « Siamo vostri pastori (pascimus vobis), con voi siamo
nutriti (pascimur vobiscum). Il Signore ci dia la forza di amarvi a
tal punto da poter morire per voi, o di fatto o col cuore (aut effectu
aut affectu) ».163
26. Grazie al prezioso insegnamento del Concilio
Vaticano II,164 possiamo cogliere le condizioni e le esigenze, le modalità
e i frutti dell'intimo rapporto che esiste tra la vita spirituale del
sacerdote e l'esercizio del suo triplice ministero: della Parola, del
Sacramento e del servizio della Carità.
Il sacerdote è, anzitutto, ministro della Parola di
Dio, è consacrato e mandato ad annunciare a tutti il Vangelo del Regno,
chiamando ogni uomo all'obbedienza della fede e conducendo i credenti ad
una conoscenza e comunione sempre più profonde del mistero di Dio,
rivelato e comunicato a noi in Cristo. Per questo, il sacerdote stesso per
primo deve sviluppare una grande familiarità personale con la Parola di
Dio: non gli basta conoscerne l'aspetto linguistico o esegetico, che pure
è necessario; gli occorre accostare la Parola con cuore docile e orante,
perché essa penetri a fondo nei suoi pensieri e sentimenti e generi in lui
una mentalità nuova - « il pensiero di Cristo » 165 -, in modo che le sue
parole, le sue scelte e i suoi atteggiamenti siano sempre più una
trasparenza, un annuncio ed una testimonianza del Vangelo. Solo «
rimanendo » nella Parola, il sacerdote diventerà perfetto discepolo del
Signore, conoscerà la verità e sarà veramente libero, superando ogni
condizionamento contrario od estraneo al Vangelo.166 Il sacerdote dev'essere
il primo « credente » alla Parola, nella piena consapevolezza che le
parole del suo ministero non sono « sue », ma di Colui che lo ha mandato.
Di questa Parola egli non è padrone: è servo. Di questa Parola egli non è
unico possessore: è debitore nei riguardi del Popolo di Dio. Proprio
perché evangelizza e perché possa evangelizzare, il sacerdote, come la
Chiesa, deve crescere nella coscienza del suo permanente bisogno di essere
evangelizzato.167 Egli annuncia la Parola nella sua qualità di « ministro
», partecipe dell'autorità profetica di Cristo e della Chiesa. Per questo,
per avere in se stesso e per dare ai fedeli la garanzia di trasmettere il
Vangelo nella sua integrità il sacerdote è chiamato a coltivare una
sensibilità, un amore e una disponibilità particolari nei confronti della
Tradizione viva della Chiesa e del suo Magistero: questi non sono estranei
alla Parola, ma ne servono la retta interpretazione e ne custodiscono il
senso autentico.168
È soprattutto nella celebrazione dei Sacramenti
e nella celebrazione della Liturgia delle Ore che il sacerdote è chiamato
a vivere e a testimoniare l'unità profonda tra l'esercizio del suo
ministero e la sua vita spirituale: il dono di grazia offerto alla Chiesa
si fa principio di santità e appello di santificazione. Anche per il
sacerdote il posto veramente centrale, sia nel ministero sia nella vita
spirituale, è dell'Eucaristia, perché in essa « è racchiuso tutto il bene
spirituale della Chiesa, cioè lo stesso Cristo, nostra Pasqua e pane vivo
che, mediante la sua carne vivificata dallo Spirito Santo, dà vita agli
uomini, i quali sono in tal modo invitati e indotti a offrire insieme a
lui se stessi, le proprie fatiche e tutte le cose create ».169
Dai diversi Sacramenti, e in particolare dalla grazia
specifica e propria a ciascuno di essi, la vita spirituale del presbitero
riceve connotazioni particolari. Essa, infatti, viene strutturata e
plasmata dalle molteplici caratteristiche ed esigenze dei diversi
Sacramenti celebrati e vissuti.
Una parola speciale voglio riservare per il Sacramento
della Penitenza, del quale i sacerdoti sono i ministri ma devono anche
esserne i beneficiari, divenendo testimoni della compassione di Dio per |