La Vita Consacrata tra il “cosa” e il “perché”

Gli anni del post-concilio che ancora stiamo vivendo con trepidazione, speranza e una qualche difficoltà rappresentano per la Vita Consacrata un tempo di profonda e tormentata ricerca di rinnovamento e ha manifestato in maniera evidente una profonda crisi di identità; una crisi che diventa giorno dopo giorno sempre più complessa, e da cui con estrema difficoltà riusciamo a individuarne la via di uscita.

Sono molte le ansie, gli interrogativi, i dilemmi che la Vita Consacrata si pone di questi tempi: Quanti saremo? Chi porterà avanti l’opera iniziata con tanto entusiasmo e dedizioni negli anni passati? Che cosa ce ne faremo delle opere e delle strutture accumulate con il tempo e accompagnate con passione e competenza? Che cosa manterremo di ciò che attualmente è nelle nostre mani? E potrei proseguire nel lungo elenco degli interrogativi che da diversi anni occupano lo spazio e il tempo di Superiori Generali, Provinciali, Consigli, Capitoli e singoli consacrati e consacrate.
Già in diversi altri miei interventi ho sottolineato con forza alcune dimensioni che andrebbero analizzate, meditate e studiate con profondo discernimento: la qualità profetica della Vita Consacrata, con tutti gli echi dell’esperienza biblica della profezia, la qualità sapienziale, con la complessa interrelazione con la tradizione, la qualità carismatica con tutta la difficoltà e ambiguità di questo termine usato e abusato in questi anni di crisi. Ho provato a soffermarmi su cosa sia ‘carisma’, e ne ho percepito tutto il rischio di confondere il carisma con l’opera, con il risultato di chiudersi all’azione continua e perenne di quel soffio di novità che è la forza dello spirito, quasi cadessimo nella tentazione di ‘imprigionare’ la forza straordinaria dello spirito in un’opera delle nostre mani.
Ma forse tutto ciò risulta un poco teorico e forse utopico!
E allora che fare, come agire, in che modo rimuovere quel po’ di ‘pesantezza’ che impedisce di intraprendere la strada giusta, o almeno un percorso che apra prospettive veramente nuove?
Indubbiamente tale crisi va riconosciuta e assunta in tutta la sua profondità e serietà, ma va anche storicamente collocata all’interno della più generale e ampia crisi della fede oggi constatabile in ogni ambito ecclesiale, questo non per ingenerare atteggiamenti angosciati e ossessivi ma nemmeno per farne il paravento delle nostre lentezze.
Alla luce di tutto ciò cercherò dunque di ordinare qualche riflessione e provare a indicare qualche pista, forse non ancora ben tracciata, ma che può rappresentare un punto di partenza.

La prima. Per analizzare e descrivere questo nostro tempo potremmo utilizzare l’immagine della notte. Immagine certamente oscura e cupa se la accostiamo dal punto di vista umano, immagine carica di speranza se la collochiamo all’interno della ricca storia della spiritualità biblica e cristiana.
La storia biblica è costellata da grandi notti che preparano un giorno glorioso e pieno di lucentezza, nella notte si compiono gli avvenimenti più significativi e rilevanti della storia di un Dio che accompagna l’umanità passo dopo passo verso una nuova aurora: è nella notte che Dio mostra ad Abramo quello splendido cielo stellato che rappresenta la speranza della nascita di un popolo nuovo…  è nella notte che Dio regala a Israele la libertà e la dignità di ritornare ad essere popolo, popolo di Dio in cammino nelle asperità e nelle bellezze del deserto … è nella notte, nell’ora più buia dell’umanità che il Figlio di Dio diventa carne e stabilisce definitivamente la sua dimora in mezzo a noi e in ogni uomo.
Mi risuona sempre in questo tempo complesso l’oracolo straordinario del Profeta Isaia: …”Sentinella quanto resta della notte? ... la sentinella risponde: Viene il mattino, poi anche la notte, se volete domandare domandate, convertitevi, venite!” (Is 21, 11)
E allora dovremmo avere occhi diversi per orientarci in questa nostra notte: certamente notte di crisi profonda, ma di una crisi di crescita e di vita, di accesso alla luce attraverso le tenebre, alla vita attraverso la morte, al giorno attraverso la notte oscura.
La notte deve poter indicare sempre un’importante fase di transizione nella vita di fede di un Istituto religioso, di ogni singolo consacrato e consacrata.
La notte buia così diventa l’opportunità per la nascita di uno stile di vita profondo, serio, di un amore più intenso, di una speranza capace di superare l’impossibile.
La vita consacrata si trova in un tempo intermedio con due possibilità: la rinascita nuova o il lento suicidio.
Di conseguenza diventa importante riconoscere la notte, ma diventa ancora più importante vivere con intensità la notte accettando che la notte può portare tenebre e morte, che certi modelli di vita consacrata possono anche morire, coscienti che non è possibile accedere alla vita senza pagare un prezzo di sacrificio e di morte.
Questa prima riflessione la considero e la penso come condizione essenziale per poter guardare con serenità, speranza e senza ansia il tempo complesso che stiamo vivendo.
In tutto ciò resta fermo un dato: che se il segno della Vita Consacrata nella Chiesa è opera di Dio e che nulla potrà sopprimerla, tanto meno il nostro pessimismo e le nostre lentezze.

La seconda riflessione. A questo punto, proprio per non rischiare di cadere in un cupo pessimismo, mi viene da proporre uno stile diverso con cui spesso affrontiamo i gravi interrogativi che sopra ho ricordato, in particolare l’interrogativo che oggi più che mai è ripetuto e che spesso diventa luogo di incomprensione e conflitto: Che cosa dobbiamo lasciare, chiudere, abbandonare delle nostre numerose e positive attività apostoliche data la scarsità dei numeri e delle risorse a nostra disposizione?
Ora, credo, che sia destinato a inevitabile fallimento ogni tentativo di rinnovamento della Vita Consacrata che tenti di rispondere alla esigenza attuale di ridurre le nostre opere nella logica del ‘che cosa ’!
Il ‘che cosa’ divide, scatena uno stile difensivo e protettivo di ciò che ogni singola comunità religiosa sta conducendo, crea conflitto, gelosia.
Il “che cosa” ci tiene ancorati all’opera e ce ne fa dimenticare il senso. Il “che cosa” ci distrae, ci porta fuori strada. Il “che cosa” genera delusioni, fratture, divisioni interne … . 
Il “che cosa” soggettivizza, mentre abbiamo un grande bisogno di allargare gli orizzonti, di uscire dal nostro piccolo mondo, e pensare in grande e soprattutto “in alto”.
E’ proprio per evitare questo rischio di “implosione” che penso sia invece importante ripartire dal “perché”, dal “perché” manteniamo o abbandoniamo un territorio, una casa, un’ attività apostolica.
Il ‘perché’ impone una seria riflessione, il perché va a discernere i motivi profondi e ci fa ritornare alla freschezza e alla novità evangelica. Il perché ci obbliga al confronto, al dialogo vero, a rileggere con sapienza, umiltà e semplicità ciò che il progetto di Dio esige da noi oggi; la ricerca del ‘perché’ ci libera, ci apre la mente, ci spinge alla conversione, cioè al cambiamento vero e radicale della nostra testa e del nostro cuore.
Il “perché” ci rimette in gioco, rimette in gioco chiunque abbia il desiderio di rendere ragione della speranza che abita nei nostri cuori.

Allora non credo sia importante domandarci “che cosa tenere o che cosa lasciare”, ma penso piuttosto sia importate domandaci “perché” ci siamo, perché scegliamo di esserci in quella parte di Chiesa, quale è il progetto nuovo di Dio sulla storia della Vita Consacrata, quali i segni dei tempi da scorgere, quali le sfide religiose, sociali, politiche e culturali che la Vita Consacrata oggi deve assumere. Risposta alla solitudine. Alla mancanza di Dio, al suo silenzio. Compatti, in missione.

In che misura siamo chiamati ad assumere un ruolo di “terapia d’urto” nei luoghi che la forza carismatica suggerisce agli Istituti di Vita Consacrata?
Certo la strada del ‘perché’ richiede coraggio, capacità di sospendere ogni giudizio e pregiudizio, desiderio di ascolto gli uni degli altri, ma soprattutto ascolto nuovo della Parola di Dio e delle scelte profetiche dei nostri fondatori e fondatrici.
La strada del “cosa” è più semplice, meno faticosa e impegnativa, ma porta con sé il rischio della tristezza, del pessimismo, della demotivazione, la strada del ‘cosa’ non è in grado di portare alla vera risurrezione.
La fatica del ‘perché’ ridarà alla Vita Consacrata il senso pieno di essere “sale della terra e luce del mondo”, ridonerà sapore e colore alla nostra vita di consacrazione, alla nostra vita di comunione e al nostro entusiasmo apostolico.
In tutto ciò c’è in gioco la credibilità della Vita Consacrata e delle sue componenti essenziali: fede radicale, preghiera ed esperienza di Dio, fraternità e solidarietà cristiana, povertà, castità, obbedienza.
Non è in gioco Dio perché egli è più grande di tutte le nostre incoerenze, e i suoi disegni non sono i nostri disegni!