Poche volte i fedeli hanno la possibilità di leggere nel cuore di un prete:
le sue stanchezze, le sue difficoltà, i suoi problemi.
Un prete non è un uomo imbalsamato nell’entusiasmo.

Può aiutarci in questa lettura interiore il brano seguente tratto dal diario di un sacerdote.

“Questa domenica mattina, tolti i paramenti della Messa, ho dato un’occhiata alla chiesa, stando sull’uscio della sacrestia.

Che strazio! La gente era già tutta uscita; solo rimanevano le sedie vuote in un gran disordine; qualcuna rovesciata per la fretta di andarsene. Quanto mi sono sentito solo! Mi era sembrato poco prima che tanta gente si stringesse intorno a me, e che potesse in qualche modo riempire il mio cuore bisognoso di comprensione e di amore e invece … che delusione!
Venuto poi sulla piazza, ho fatto in tempo a scorgere gli ultimi che scendevano dalla chiesa e svoltavano là in fondo.
Mi vorranno anche bene, pensavo, ma intanto mi voltano le spalle, guardano ad altri e vanno altrove; mentre io sono qui, solo, in questa piazza vuota, in compagnia dei duri sassi del sagrato, che sento nel mio cuore più duri e più freddi di sempre”.

 

"Quando penso a quello che i sacerdoti fanno per noi, scrive Enrico Medi,
ho la certezza che qualunque ricompensa sia inadeguata.
Il nostro GRAZIE più vero consiste nel pregare per loro
e nel sostenerli con la nostra amicizia".

 

La loro sofferenza, alla luce della fede, acquista e rivela un'efficacia redentrice.

«… Di quanto fatto e farete per me posso solo ricambiarvi con la preghiera, offrendo al Signore le sofferenze del mio stato a vostro favore.
Il 28 dicembre sarò ricoverato per essere operato all'occhio destro. Col pensiero all'atto operatorio passerò il Natale con Gesù nel Getsemani e tutto soffrirò ed offrirò per la crescita del vostro apostolato, che ha, permettete lo dica, più del divino che dell'umano ...».

 

Questa lettera, vuole comunicare un'esperienza di vita; inoltre spera di essere stimolo di riflessione che coinvolga molte persone, specialmente tanti fratelli nel sacerdozio e tante anime oranti.

«… sono quel sacerdote che lei è venuto a visitare in carcere. La ringrazio con fervida riconoscenza del suo cordiale gesto di solidarietà umana e cristiana, accompagnato dalla sua generosa elargizione fraterna. Nella santa Messa che ho celebrato ho raccomandato al Signore lei, i due accompagnatori, tutta la comunità.
Sono ora all'ultima stazione della mia Via Crucis carceraria e ringrazio il Signore della sua benevolenza misericordiosa: la detenzione mi ha procurato sofferenze e umiliazioni indicibili, ma mi ha pure elargito una maturazione interiore molto al di là di qualsiasi corso di esercizi spirituali o psicoterapeutici. Per crucem ad lucem ...».