| 7 - Le molte contraddizioni |
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Sono molte le contraddizioni che il prete può aver sperimentato
Il ragazzo entra in seminario per verificare la sua vocazione e maturare una eventuale adesione consapevole. Ma fin dal principio è accolto, difeso, sostenuto, apertamente o implicitamente, come se già appartenesse al sacerdozio ordinato. Tutto ciò che potrebbe costituire "alternativa" alla destinazione sacerdotale viene considerato come qualcosa di sospetto, di ostile, come una tentazione, da eliminare. In questo modo di sentire si ritrovano alleati molti di coloro che gli stanno attorno, dai superiori alla famiglia (soprattutto la mamma), alla comunità. Capita che, dopo un’esperienza di appartenenza vissuta idealisticamente nel seminario, il giovane prete venga a trovarsi nel ministero in un tale isolamento da sperimentare una vera e propria non appartenenza. Allora i principi, i ragionamenti, l’ideale verbalizzato sussistono, ma tutto questo serve solo per una piccola parte nel determinare il comportamento umano e le scelte. Il più viene da lui deciso a livello emotivo, con l’effetto di neutralizzare il livello verbale. Il bisogno di evadere diventa progressivo, perentorio. Il cammino dell’appartenenza totale e definitiva alla realtà del sacerdozio ministeriale è di per sé difficile. L’ordinazione sacerdotale comporta un sì totale e definitivo, una decisione per tutta la vita. Le cose sono ben chiare a livello verbale, progettuale, giuridico. E l’interessato è formalmente libero di fronte all’impegno che assume. Ma a livello esistenziale la sua coerenza e fedeltà non saranno senza problemi se "la casa non era fondata sulla roccia" della consistenza psicologica, delle motivazioni autentiche, della vitalità soprannaturale. E della esemplarità convincente da parte del presbiterio. |




